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Lucio Lucertola festeggiò il suo settantesimo compleanno svegliandosi
(Stefano Benni, "Comici spaventati guerrieri", incipit)

Ultimo aggiornamento: 03 Ottobre 2026 (Vendémiaire - Immortelle)

Tra distopia e fantasia con "Musica per vecchi animali"


Film e libro - L'ambientazione - La trama - Il professor Lucio Lucertola - Lee il Tigrotto - Lupetta - Il flusso - Francesco Guccini - Due curiosità su Castoro delle Galassie

Film e libro

Musica per vecchi animali, è un film del 1989 liberamente tratto dal romanzo "Comici spaventati guerrieri". Credo di poter dire tranquillamente che il libro è decisamente più famoso del film.
Quando c'è di mezzo un "liberamente tratto da" si penserebbe subito ad un tradimento del testo originale. In questo caso non è così: se il romanzo originale era di Stefano Benni, lo stesso autore lo ritroviamo sia nella sceneggiatura che nella regia affiancato a Umberto Angelucci.
Su Youtube si trova il film integrale ad oggi in due canali: uno in una versione di bassa qualità, nell'altro in versione di bassissima qualità (eppure secondo me è godibilissimo lo stesso), ma sempre su Youtube si trova anche un'interessante intervista a Benni sul set del film. In quest'intervista Benni stesso spiega la causa principale delle profonde differenze tra le due opere: i soldi.
Un po' con empatia e comprensione, ma un po' anche amareggiato dalle continue discussioni avute coi produttori, ci spiega che se il libro era di base un giallo, il film sviluppa la stessa trama, lo stesso viaggio da una parte all'altra della città, senza includere come motivazione quella che era stata l'uccisione con una fucilata di Leo Leone. Nel film le motivazioni del viaggio sono diverse per i tre protagonisti, ma non includono nessuna indagine.
Più in generale in quest'intervista Benni, che non si era mai cimentato prima alla regia, ammette che se per lo scrittore è facile inserire in una scena nel romanzo 1500 elefanti, la stessa scena inserita in una sceneggiatura per film comporterebbe costi enormi. Contemporaneamente però rivela anche un certo disagio per aver dovuto discutere di soldi coi produttori per ogni singola scena.
La mia personale opinione è che non sempre i paletti, i limiti imposti alla fine nuocciano completamente: talvolta stimolano a creare qualcosa di nuovo, imprevisto e curiosamente migliore. Un esempio classico è la ferrea censura RAI che aveva bloccato a Marcello Marchesi qualsiasi proposta di slogan per il carosello del confetto Falqui, un lassativo peraltro indicato anche per i bimbi. Esasperato da tutti i questi blocchi Marchesi creò il famoso "Falqui: basta la parola", che restò impresso per decenni nella memoria dei telespettatori, e si rivelò probabilmente più efficace di altri slogan pensati prima.

L'ambientazione

Come succede solitamente in questa sezione del sito per la trama ufficiale rimando al link di Wikipedia (vedi sopra), per poi occuparmi degli aspetti che più mi interessano, però in questo caso proporrei la trama riepilogata in altro modo. Perché se da una parte abbiamo una narrazione libera e fantasiosa, analizzandola meglio vediamo che ci sono delle armonie, non dico simmetrie, che in prima battuta potrebbero sfuggire.
Partiamo dall'ambientazione ad esempio che viene anticipata già da subito coi titoli di testa da una voce alla radio, con dei i disturbi radiofonici che impediscono, probabilmente in modo voluto, di cogliere alcuni importanti elementi:

milioni e milioni di anni fa nell'era detta neocatodica il pianeta terra era densamente abitato. Sono stati ritrovati i resti di immensi agglomerati di abitazioni di forma perlopiù tendente al verticale dove vivevano tribù di numerosi individui anch'essi verticali che [...]
il mistero della scomparsa di questa civiltà chiamata la civiltà della caffettiera è da ritenersi causato [...]

Poi nel film troveremo che i "milioni di anni fa" sono (più verosimilmente) solo tremila anni, ma poco importa perché nello stile di Benni la verosimiglianza, la realtà e la coerenza devono cedere il passo alla fantasia.
Questo trucco narrativo non serve per impostare un futuro tecnologicamente fantascientifico, né per impostare uno scenario post apocalittico. In prima battuta serve ad analizzare in modo ironico questa civiltà della caffettiera, cioè quella attuale, in modo ironico e disincantato.
Contemporaneamente serve a presentare una distopia esagerando in modo manicheo le due opposte visioni politiche: quella di una sinistra libera che vuole solo vivere senza affanno il momento, e quello di una destra alla perenne ricerca di ordine e disciplina, elementi questi che possono passare alla fine solo dall'uso della forza.
Ovviamente come la maggior parte delle narrazioni di Benni, anche questa è politicamente orientata a sinistra. Personalmente quella che mi interessa particolarmente è la poesia insita in questo film così come in quasi tutti i romanzi di Stefano Benni, esattamente come mi affascina la poesia di Ezra Pound di segno opposto. C'è già troppa politica da stadio sui social: personalmente ritengo che non sia questo il contesto per parlarne, ma allo stesso tempo non si può discutere del film fingendo di ignorarne l'orientamento.
Ultima nota sull'ambientazione: quasi tutte le scene diurne (tranne l'epilogo) sono girate in una periferia vuota, fatta di palazzoni che apparentemente sembrano disabitati, e le strade sono deserte anche in ambienti un po' più graziosi come il parco o la zona delle statue. Viceversa le scene notturne sono ambientate sottoterra, entrando da un ingresso della metropolitana che porta a locali notturni e fast food forse derivati da antiche stazioni, e questi locali sono densamente frequentati perlopiù da giovani (ma non solo) e da personaggi peculiari con cui l'autore dà sfogo alla propria creatività. Poi scopriremo che la metropolitana c'è ancora e funzionante, ma non voglio fare troppi spoiler.
Quindi chiarita l'ambientazione temporale, sociale e politica del film arriviamo alla trama vera e propria.

La trama

Come accennavo il film sembra andare a briglia sciolta, ma a ben guardare c'è una struttura alla quale, come dice l'autore stesso nell'intervista di cui sopra, chi vuole può associare una metafora.
Innanzitutto, anche se le location reali sono divise tra Roma e Bologna, c'è un'ambientazione teorica geografica ben precisa: l'immensa periferia di una non specificata città. Nel film tutti i personaggi partono dilazionati di pochi minuti dal medesimo punto, un condominio di periferia con accanto un'officina meccanica, per poi riunirsi causalmente poco distante e proseguire il viaggio arrivando infine insieme nello stesso punto, un ospedale, un altro palazzone di periferia che, come viene sottolineato più volte, sorge dall'altra parte della città.
Tutto questo viaggio lo fanno però senza mai passare dal centro della città dove sta accadendo qualcosa di grave, di importante, di cui a nessuno è dato di sapere cos'è. E' una vera e propria emergenza kafkiana: come ne "Il processo" al protagonista non viene dato di sapere per cos'è stato condannato, ai protagonisti, e quindi anche allo spettatore, non viene dato di sapere per quale emergenza tutta la città è costellata di posti di blocco, per le strade girano militari sui camion, si vedono macchine della polizia, ci sono annunci agli altoparlanti e sirene varie. Come dice Lupetta: "il mondo si divide in quelli che godono a sentire e sirene e in quelli che c'han paura".
I tre protagonisti sono il professor Lucio Lucertola, interpretato dal futuro premio Nobel Dario Fo, il meccanico esperto di kung fu Lee il Tigrotto interpretato da Paolo Rossi e la giovane Lupetta interpretata dalla un po' più sconosciuta e all'epoca giovanissima Viola Simoncioni che, ci dice Wikipedia, dopo qualche film ha concluso la carriera cinematografica e ha intrapreso la professione di architetto e designer.
Tre storie parallele che prima si intersecano poi si dividono nel finale, tre coppie iniziali che poi si dividono, tre diverse età dell'uomo, tre motivazioni, tre obiettivi diversi, tre animali diversi. Vediamoli nel dettaglio.

Il professor Lucio Lucertola

E' un professore in pensione che abita in questo grande condominio di periferia, quello che nel libro viene sottilmente indicato come "ConDominio", forse per ricordarci che del tutto liberi non siamo.
Viene svegliato alla mattina presto dal suo amico Astice (un grandissimo Felice Andreasi) che dalla sua moto col sidecar nel piazzale lo chiama a gran voce. Erano d'accordo come al solito di andare a pescare, ma quando, dopo un lungo risveglio con ginnastica mattutina, il professore monta nel sidecar, rivela al suo amico di non voler andare a pescare, ma di voler tornare a visitare Amba, il vecchio quartiere dove è nato.
Astice insiste e partono per andare a pescare ma al secondo posto di blocco, capendo che non riusciranno a passare, Astice invita il professore ad andare da solo, mentre lui trattiene astiosamente i poliziotti. A questo punto il professore dovendo procedere da solo, decide di realizzare il suo sogno: andare ad Amba. Al distributore col gestore fantasma incrocia quelli che saranno gli altri due compagni di viaggio e prosegue con l'auto rubata da Lee il Tigrotto.
Alla fine i tre riescono ad arrivare ad Amba dove per un po' il professore si perde nei suoi ricordi, col nome di alcuni suoi vecchi compagni scritti sul muro della vecchia classe. Poi proseguono insieme verso l'ospedale, dove il professore si offre con la scusa di essere vecchio e malato per aiutare tutti ad entrare superando il solito posto di blocco. Ma con sorpresa di tutti viene ricoverato realmente, e dopo le visite, fin che giace un po' sofferente nel letto, l'infermiera gli fa capire che è grave, molto grave. E infatti in quel letto alla fine muore; ma in una splendida scena lui, che non ha mai perso il sorriso, solo nella stanza d'ospedale, un attimo prima di morire dice le ultime parole, perfette per l'occasione: "Andiamo? Dai andiamo!".
Riassumendo, col professor Lucio Lucertola abbiamo la terza età dell'uomo, l'anziano che ha come obbiettivo l'ultimo passaggio, ma prima si nutre per l'ultima volta dei ricordi, i più cari, quelli dell'infanzia.
Come ha sottolineato Benni, Dario Fo qui si rivela un grande attore, perché contrariamente al suo solito modo di recitare estremamente pieno di energia e vitalità, con Lucio Lucertola riesce a rendere perfettamente un uomo sorridente e sereno, ma nel contempo assolutamente malinconico e ormai privo di energia vitale, pronto alla morte.

Lee il Tigrotto

Mentre Astice sta nel piazzale chiamando il professore per andare a pescare, fa la sua comparsa Lee il Tigrotto, il meccanico che lavora nell'officina lì accanto, che comincia a parlare con lui. Poco dopo li raggiunge anche Scheggia, il collega di Lee, ben interpretato da un esilarante Isaac George. Tornati in officina i due meccanici ricevono le minacce dal proprietario dell'auto in riparazione, il villain di turno, Rambo Sandri interpretato da un impeccabile Eros Pagni, che poi darà la caccia a Lee per tutto il film.
Ad un certo punto un flashback in bianco e nero ci fa capire quale sarà l'obbiettivo di Lee: la sua amata è ricoverata in ospedale e si aspetta che lui le porti un regalo. A sua volta anche Scheggia confessa i propri tormenti d'amore: la bella Elena di cui è innamorato sembra non volerlo più, e al telefono gli ha mandato un messaggio "ambiguo": "Non chiamarmi più. Vaffanculo".
Così su iniziativa di Lee i due rubano l'auto, che evidentemente era già riparata, e partono per andare dall'altra parte della città. Ma anche il compagno di Lee, Scheggia, lo abbandona dopo aver incrociato la sua amata Elena in motorino.
Lee riparte da solo e si ferma per mancanza di benzina davanti al distributore col benzinaio fantasma, dov'è raggiunto da quelli che saranno i suoi due futuri compagni d'avventura, Lucio Lucertola e Lupetta, e tutti insieme partono per l'altra parte della città. Posti di blocco e disavventure varie li costringono però la sera a proseguire a piedi scendendo nel sottosuolo. Dopo una notte folle nei sotterranei della metropolitana, e dopo aver accompagnato il professore ad Amba, Lee finalmente riesce ad arrivare in ospedale, e solo grazie all'aiuto di Lupetta riesce ad eludere l'ennesimo posto di blocco e a raggiungere la sua amata per consegnarle il regalo.
Lee è un trentacinquenne Paolo Rossi, rappresenta l'uomo nella sua maturità anagrafica, ma essendo un puro come tutti gli altri personaggi, è un uomo che insegue ancora i suoi sogni, l'amore, la libertà.
Un riferimento che forse non tutti hanno colto: quando nel fast food ci sono i soliti bulli che provocano il terzetto, Lupetta li avverte che il Lee è un campione di Kung Fu, al che il più grosso di tutti si alza in piedi e lo sfida. Lee si avvicina e prima che l'altro possa fare qualsiasi mossa lo stende al tappeto e gli va sopra dicendogli che il segreto del Kung Fu è quello di anticipare le mosse dell'avversario.
Il nome Lee e il poster che si vede all'inizio in officina non lasciano dubbi sul riferimento a Bruce Lee, il celebre attore e campione di arti marziali, ma soprattutto l'inventore di una nuova specialità: il Jeet Kune Do, "la via del pugno che intercetta". La prima volta che ne diede dimostrazione fu in una sfida con Victor Moore, l'allora campione del mondo di Karate. In quell'occasione Lee colpì per ben otto volte Victor Moore, e viceversa intercettò tutti i colpi dell'avversario anticipandoli. Questa tecnica dell'anticipazione l'aveva derivata dalla scherma che aveva studiato e implementato nella sua tecnica totale di combattimento.

Lupetta

A parte questo film non ne ho visti altri con Viola Simoncioni, però da come interpreta Lupetta mi sembra che sia stato un vero peccato che verso la fine degli anni '90 abbia abbandonato la carriera cinematografica per sviluppare quella di architetto e designer (probabilmente più remunerativa e sicura).
Con i suoi tredici anni Lupetta è la rappresentante della prima delle tre età dell'uomo. E' ribelle, non ha un sogno specifico nel cassetto, solo non sopporta gli obbiettivi che le vengono proposti dai genitori e dalla madre in particolare. Per lei è il primo giorno di scuola: arrivata all'ascensore guarda gli altri bambini entrarci per recarsi in quell'odiosa prigione e decide di fare altro nella vita.
Sale sul tetto e qui trova "Castoro delle Galassie" (Umberto Caglini) che dentro un frigorifero rovesciato "guida" il condominio, parla con gli alieni ed è appassionato di calcio, purtroppo però in qualsiasi posto vada si sente ripetere: "proprio qui dovevate giocare?". Lupetta decide di aiutarlo perché lei conosce il posto giusto, e in questo colloquio lei rivela en passant anche il suo obbiettivo: non vuole più tornare, vuole scappare di casa.
Durante il percorso che compiono i due emerge una palese contraddizione: poiché mentre cercano di raggiungere il luogo si spostano in zone deserte tra i palazzoni, ogni posto sarebbe buono per giocare senza essere disturbati!
Raggiunto un campetto da calcio che ricorda quello di Fantozzi nella famosa partita "scapoli contro ammogliati", anche questa terza coppia iniziale si divide: Castoro va a giocare a pallone mentre Lupetta prosegue per la sua strada. Si unirà poi agli altri due protagonisti al famoso distributore col benzinaio fantasma, per poi proseguire verso qualsiasi posto che non sia casa.
La distopia di Benni si dimostra definitivamente essere all'acqua di rose proprio nel finale di Lupetta. Il nostro terzetto di eroi verso metà film comincia ad essere ricercato dalla polizia, ma in realtà questa ha ricevuto semplicemente la denuncia di una ragazzina scappata di casa. Quando alla fine la catturano e la costringono a montare in auto le dicono solo che la riportano a casa. Questa di Benni è una sorta di favola, come in tutti i suoi libri che ho letto, e anche se subentra un "potere forte", in realtà non è poi così feroce come sembra: è ragionevole che se i genitori denunciano la fuga della figlia i poliziotti si adoperino per riportarla.

Il flusso

Se constatiamo che la "Divina Commedia" è costruita attorno ad una struttura molto precisa che ruota attorno al numero tre perché è scritta in terzine, raggruppate in tre cantiche da trentatré canti ciascuna (l'Inferno ne ha uno in più che però è il proemio, non conta), se notiamo che tutte e tre le cantiche finiscono con la parola stelle, non pensiamo che siano coincidenze, ma allo stesso tempo non ci sembra che il valore poetico dell'opera sia minimamente sminuito dalla matematica, anzi: bravo Dante che ha saputo costruire un poema così bello con un'architettura così precisa.
Allo stesso modo anche questo film nel suo piccolo sembra avere una struttura ben precisa che si può esplicitare in un flusso, e anche questa struttura sembra ruotare attorno al numero tre. Più di tante parole credo di poter condensare il concetto con l'immagine qui accanto (cliccare sull'immagine per vederla ingrandita).
Forse è stato un caso, forse era voluto, in ogni caso mi sembra che sia innegabile che ci sia un disegno ben preciso, e personalmente trovo che l'armonia di questa struttura ternaria sia parte integrante della bellezza del film.

Francesco Guccini

Lo ammetto: questo film è riecheggiato nella mia mente in seguito alla scomparsa del Maestrone. Come raccontavo nell'ultima pagina che ho pubblicato su Proust, non ho scritto nulla sul sito perché non avrei saputo cosa scrivere. Moltissime persone hanno inondato il web con ricordi, testimonianze dirette e testimonianze di sincero dolore. Personalmente mi sono sentito un po' inadeguato rispetto a chi, ad esempio, ha avuto la fortuna di conoscerlo direttamente o di averlo incontrato anche solo una volta.
Preferisco inserirlo in un contesto adatto, cercando qualcosa non dico di inedito, perché sarebbe impossibile, ma quanto meno di poco abusato. E' questo il caso di Guccini come attore, che viene talvolta ricordato en passant, come per i caroselli del Pirata Paccioccone, ma magari senza citare i film specifici.

Un ruolo seppur secondario, ma che non si può definire semplice cameo, l'ha avuto ad esempio in "Radiofreccia". Anzi un doppio ruolo si può dire: era sia il barista del ritrovo della compagnia, sia il loro allenatore di calcio. Come allenatore lo stesso Guccini ha detto di essersi sentito fuori posto, lui che di calcio non ne sapeva niente; viceversa come barista si è sentito perfettamente a suo agio, ed in effetti si vede dalla recitazione perfetta: era quel tipo di barista che un po' tutti abbiamo potuto conoscere anche nella realtà, quello che un po' scherza con i clienti magari fino a mandarli a quel paese, però lo fa perché quelli abituali non sono semplici clienti, ma amici.
Ma se quello del barista era un ruolo semplice, istintivo, non altrettanto si può dire di quello interpretato in questo film: il custode del museo.
Piccolo riassunto della scena: i nostri tre eroi sono arrivati ad Amba, ma il professore che era sicuro di poterli guidare scopre che non riconosce più i posti, non ricorda com'erano messi gli edifici. Fin che i tre protagonisti affranti decidono cosa fare, vedono all'improvviso una figura sgattaiolare via dopo aver raccolto qualcosa da terra. Lo seguono di corsa chiamandolo più volte, fin che non arrivano ad un edificio, qui il signore di prima è seduto all'ingresso, da furtivo qual era diventa autoritario e chiede il biglietto per il museo, evidentemente simbolico visto che nessuno paga. Da bigliettaio a guida il buon Guccini ci illustra la nostra società vista da tremila anni di distanza:

- Questo è il museo del popolo scomparso, è tutta roba trovata da me, tracce dell'antica civiltà della caffettiera di tremila anni fa. Autentica! Questo oggetto ad esempio è un oggetto sacro: "Antena"
- Antenna!
- Sshhh
- Scusi
- "Antenna", "Antena", era il suo nome veniva di solito posto in alto per comunicare direttamente con la divinità. Questo popolo aveva grandi cognizioni di astronomia pare addirittura che volassero e fossero arrivati sulla luna anche se poi non ne fecero niente ...

Quando si arriva al tavolo con la corposa collezione di caffettiere sorge il dubbio che per fare questa scena abbiano contattato un vero collezionista, personalmente non credo sia improvvisata. Poi sul perché della caffettiera come simbolo, mi verrebbe da dire perché per la società moderna il caffè più che un piacere è un eccitante, una sostanza che migliora la velocità: si fanno le stesse cose stupide di prima, ma più velocemente.

Due curiosità su Castoro delle Galassie

Per chiudere due curiosità su questo personaggio che rischia di passare inosservato.
La prima: non so se Benni avesse presente l'artista Nannetti Oreste Fernando, o NOF4, ma la somiglianza delle frasi dette da Castoro e quelle di NOF4 è impressionante:

ma non è per questo che mi hanno scelto, è per via della mia mano che è speciale, può ricevere informazioni nel sistema telepatico, io le scrivo sul muro di questo Ospedale Psichiatrico di Volterra, avamposto missilistico nucleare, telestazione catodica territoriale, tutto procede bene, grado colonnello, rame, 1600 rosso, ottone, 1700 giallo, acciaio, 1800 bianco, carbonio, 1900 nero, la mano è più lenta della voce, gli dico parlate più adagio, poi mi correggo, gli dico parlate più adagio per favore, ma loro non mi badano, parlano in fretta e anche se parlano in fretta io capisco tutto, sento ogni singola parola che mi dicono attraverso il sistema telepatico

L'associazione si perde un po' nel monologo di Lucio Lucertola alla fine, quando guardando il muro in rovina della sua vecchia aula dice: "sui muri scrivono gli innamorati e i condannati a morte". Pensando a NOF4 avrebbe dovuto aggiungere i matti e gli artisti.

La seconda curiosità è più legata al territorio da cui parte questo sito: la Val Squaranto, e in particolare Mizzole.
Quando Castoro delle Galassie arriva al campetto da calcio, dopo averlo guardato estasiato, si toglie in fretta la felpa rivelando la divisa da calcio che indossa sotto: una maglia rossa con la scritta CCCP, vecchio acronimo dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Cinquant'anni fa circa a Mizzole c'era una squadra di calcio amatoriale con la stessa divisa, solo che l'acronimo stava per "Circolo Culturale Corticella Paradiso", in pratica lo sponsor della squadra. Ovviamente l'acronimo non era del tutto casuale dato che il ristorante e circolo culturale faceva parte dell'Arci. Viceversa credo che nella squadra a parte chi aveva trovato lo sponsor, gli altri giocatori non fossero particolarmente sostenitori dell'Arci. In altri termini diciamo che non era la "Dinamo" di Peppone che giocava contro la "Gagliarda" di Don Camillo. Però all'esordio della squadra il quotidiano locale "L'Arena" non perse l'occasione di titolare: "Arrivano i russi".

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