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Vorrei tanto rifare una passeggiata dalla parte di Swann
Per rivedere il mio primo amore, che mi incontrò sotto la quercia
E lasciarmi baciare la sua guancia
Non vorrei ripercorrere i miei passi
Eppure pagherei un caro prezzo per rivivere anche solo un istante
Il tempo della felicità all'ombra di una fanciulla in fiore
J'irai bien refaire un tour du côté de chez Swann
Revoir mon premier amour qui m'a donné rendez-vous sous le chêne
Et se laissait embrasser sur la joue
Je ne voudrai pas refaire le chemin à l'envers
Et pourtant je paierai cher pour revivre un seul instant
Le temps du bonheur à l'ombre d'une fille en fleurs
(Dave, "Du côté de chez Swann")
Ultimo aggiornamento: 26 Settembre 2026 (Vendémiaire - Cheval)
Intro - Per chi non conosce minimamente il libro - Da Bergson a Guccini - Dal libro alle foto - Camera da letto di Marcel - Camera da letto di Marcel: la lanterna magica - Camera da letto di mamma Jeanne - Camera da letto di Tante Léonie - Petites Madeleines - Il giardino - Combray - Le due passeggiate - E per chiudere: il fumetto
Intro
Mi ero riproposto di parlare di libri strani, sconosciuti, minori, e invece sono qui a parlare di uno dei libri in assoluto più famosi al mondo,
un classico studiato a scuola che tutti dovrebbero come minimo conoscere se non aver letto:
"Du côté de chez Swann"
ovvero "Dalla parte di Swann", il primo volume della monumentale
"À la recherche du temps perdu",
"Alla ricerca del tempo perduto", di Marcel Proust.
In quest'operazione sono giustificato dal fatto che questa pagina sarà un incrocio tra quelle di questa sezione in cui parlo di libri,
e di quelle della sezione foto in cui posto immagini scattate da me durante le vacanze, il tutto accompagnato da ampi estratti del libro collegati alle foto.
Personalmente mi sono divertito a fare quest'operazione, spero solo di non scoprire che qualche purista "proustiano" si è messo sulle mie tracce con una mazza da baseball,
o che qualche professore di lettere cerca di hackerare il sito per aggiungere un "4 meno meno" in rosso sulla pagina.
Avevo accennato alla città Illiers-Combray già in questa
pagina su Cabourg,
dove spiegavo come la città di Cabourg essendo già famosa di suo ha mantenuto il proprio nome pur facendo diversi omaggi al secondo volume della "Recherche" dove veniva rinominata Balbec,
ovvero "À l'ombre des jeunes filles en fleurs",
"All'ombra delle fanciulle in fiore", che qui era ambientato.
Ma Cabourg è una splendida cittadina di mare, con delle belle ville, mentre Illiers è una città di campagna che per quanto graziosa di suo non ha nulla di turistico,
e così nel 1971 il comune aggiunse il nome usato nel romanzo ovvero "Combray", da cui il nome odierno
Illiers-Combray.
Se nel secondo volume della "Recherche" ambientato a Cabourg/Balbec troviamo un Marcel adolescente in piena esplosione ormonale per le giovani fanciulle in fiore,
nel primo volume ambientato a Illiers-Combray troviamo un Marcellino bambino che osservava perplesso il mondo degli adulti
(ma qui con anche un primo innocente innamoramento per Gilberte la figlia di Swann).
Per chi non conosce minimamente il libro
Non bisognerebbe mai stupirsi di nulla, ma mi è capitato di accennare a Proust a qualcuno, a proposito delle vacanze e del passaggio a Illiers-Combray, e ho visto degli sguardi smarriti.
Uno degli autori più classici che dovrebbe essere a mio avviso famosissimo, è per qualcuno completamente sconosciuto.
Quindi pur sollecitando chi non lo conosce ad andare sui link di Wikipedia di cui sopra, cercherò di fare un sunto della sintesi.
Partiamo dalle interessanti stroncature dei due primi editori a cui è stata proposta l'opera. La prima è quella dell'editore Frasquelle:
"Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto - dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili in cui ci si deve sprofondare ed esasperanti momenti d'impazienza
per l'impossibilità di risalire alla superficie - non si ha nessuna idea di quello di cui si tratta.
Che scopo ha tutto questo? Che cosa significa? Dove ci vuole condurre? - Impossibile saperne e dirne nulla".
Sembra di leggere le esilaranti finte recensioni stroncature dei classici che troviamo Nel Diario Minimo di Umberto Eco,
solo che qui siamo nella realtà e non nella finzione.
Poi c'è l'ancora più divertente stroncatura della casa editrice Ollendorf:
"Sarò particolarmente tonto, ma non riesco a capire come questo signore possa impiegare trenta pagine a descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno".
Il punto è che l'inizio dell'opera è proprio quello: l'autore ci introduce al suo disagio che è quello che gli ha permesso di maturare il proprio pensiero,
e subito dopo ci spiega, con buona pace di Frasquelle, cosa significa e dove ci vuole condurre partendo dal celeberrimo episodio delle madeleine, che poi vedremo nel dettaglio.
Le madeleine danno a Marcel lo spunto per parlare di Combray, dei suoi soggiorni infantili, di questo mondo borghese campagnolo visto dal bambino parigino in distaccamento nella casa della zia
coi genitori, i nonni e ovviamente la zia.
Tutto questo forma la prima parte del volume e ci introduce alla figura di Swann che viene poi sviluppata nella seconda parte,
raccontando la sua triste storia che personalmente associo per alcuni versi al film con Marlene Dietrich
"L'angelo Azzurro".
Infine nella terza parte del libro compare Gilberte, la figlia di Swann, e da qui il primo innamoramento.
Mi rendo conto che la sintesi è brutale e fatta male, ma non era questo l'obbiettivo della pagina.
Da Bergson a Guccini
Al di là della disincantata analisi della borghesia dell'epoca, la parte pregnante dell'opera ruota attorno alla memoria,
alla possibilità di capire e dare un senso alla propria vita tramite questo riaffacciarsi dei ricordi.
Le idee sviluppate da Proust sono sempre sembrate a tutti la prosecuzione del pensiero di
Henri Bergson,
suo cugino acquisito, anche se Proust ha poi negato questa paternità ideologica.
Per Bergson il tempo non è quello lineare dei fisici come Einstein, un susseguirsi di attimi con una durata ben determinata e misurabile.
Il tempo è uno stratificarsi di eventi che vengono depositati nella memoria e per questo sono sempre presenti.
Se la percezione e l'interazione con gli eventi può essere associata all'intelligenza, la loro comprensione passa attraverso l'intuizione tramite la memoria.
Proust dal canto suo suddivide
la memoria volontaria e la memoria spontanea:
La memoria volontaria richiama alla nostra intelligenza tutti i dati del passato ma in termini logici, senza restituirci l'insieme di sensazioni e sentimenti che contrassegnano quel momento come irripetibile; la memoria spontanea o involontaria (epifania secondo la tradizione decadente) è quella sollecitata da una casuale sensazione e che ci rituffa nel passato con un procedimento alogico, che permette di "sentire" con contemporaneità quel passato, di rivederlo nel suo clima: è l'analisi delle "intermittenze del cuore" (Les Intermittences du cœur) la tecnica da seguire per il recupero memoriale basato sull'analogia-identità tra la casuale sollecitazione del presente e ciò che è sepolto nel tempo perduto.
E' da poco mancato il "maestrone" Francesco Guccini, per me una figura di riferimento che mi ha accompagnato sin da ragazzino.
Avrei voluto scrivere qualcosa sul sito per ricordarlo come hanno fatto in molti, ma non me la sono sentita: cosa potevo scrivere di adeguato per una figura così
(non solo fisicamente) gigantesca?
Lo faccio ora citando a proposito di quanto stiamo dicendo la sua memorabile canzone
"Incontro"
di cui avevo già accennato in
questa pagina.
L'incontro in questione è con un'amica (non ex fidanzata o amante) di vecchia data, che oltre all'inevitabile rievocare dei trascorsi assieme ("Ti ricordi, eran belli i nostri tempi [...]
E le frasi, quasi fossimo due vecchi / Rincorrevan solo il tempo dietro a noi") porta all'altrettanto inevitabile raccontare cosa si è fatto nel frattempo:
ma Francesco non fa tempo a narrare le proprie vicissitudini perché tutto viene assorbito dalla tragica storia di lei:
"Ed infine, in breve, la sua situazione / Uguale quasi a tanti nostri film / Come in un libro scritto male / Lui s'era ucciso per Natale".
Saltando alla fine della canzone, Guccini ci racconta come ad un certo punto volesse trarre se non una morale, almeno delle conclusioni,
e cita una fase frase presa da Edmund Husserl: "Il tutto infinito scorre infinitamente in una direzione, quale sia noi non lo potremo sapere",
che nella canzone diventa "E pensavo dondolato dal vagone / Cara amica, il tempo prende, il tempo dà / Noi corriamo sempre in una direzione, ma /
Qual sia e che senso abbia chi lo sa".
Siamo di fronte alla rappresentazione del tempo "lineare", come si diceva prima, una sequenza di attimi associata metaforicamente al viaggio del treno.
Però subito dopo aggiunge: "Restano i sogni senza tempo / Le impressioni di un momento / Le luci nel buio di case intraviste da un treno".
Il passato non è passato: resta come un sogno senza tempo, come l'impressione di un momento.
Ancora più vicina a Proust è la situazione descritta a metà canzone:
"E poi la cena a casa sua / La mia nuova cortesia / Stoviglie color nostalgia / E le frasi, quasi fossimo due vecchi / Rincorrevan solo il tempo dietro a noi /
Per la prima volta vidi quegli specchi / Capii i quadri, i soprammobili ed i suoi".
E' un déjà vu che seppur programmato è comunque improvviso, perché con una "nuova cortesia" determinata dal cambiamento di età e dalle esperienze trascorse,
Francesco vede per la prima volta quelli specchi, e solo in quel momento capisce "i quadri, i soprammobili ed i suoi" genitori.
E' la memoria spontanea o involontaria che genera un'epifania, non è più solo l'intelligenza, ma è l'intuizione del momento che si rivela.
Quella cena di Guccini è di fatto come le madeleine di Proust!
Dal libro alle foto
Una nota sull'edizione della Newton Compton che ho considerato: sicuramente c'è molto di meglio sul mercato, ma a questa casa editrice credo che vada fatto un plauso
per aver portato grandi classici, libri immancabili da leggere, ad un prezzo molto popolare con una qualità più che decorosa.
Non è vero che solo chi scopre nuovi talenti è un editore coraggioso: ci vuole coraggio anche per pubblicare qualcosa che dovrebbe essere presente in tutte le case,
ma alla fine non lo è.
Una nota sulle traduzioni qui sotto: non sono state prese dal libro, perché avrebbe voluto dire ricopiarle oppure ricorrere ad un OCR.
L'unica edizione libera (presa da Wikipedia) è quella originale in francese, per cui sono ricorso ad un traduttore in modo da poter fare copia e incolla.
Le foto invece sono proprio mie, fatte a Illiers-Combray e in particolare alla casa museo
"Maison de Tante Léonie".
Credo di non violare nessun copyright riproponendo la prima parte del volantino che ad oggi è guida del museo, anzi credo che faccia da pubblicità.
Come piccola curiosità aggiungo analogamente anche la prima parte del volantino che anni fa (non ricordo quanti) svolgeva lo stesso servizio,
in occasione della mia prima visita a Combray.
In quello vecchio ci sono anche le foto mentre in quello nuovo no, entrambi oltre che nelle altre principali lingue europee sono in italiano,
segno che gli appassionati italiani di Proust sono evidentemente molti.
Le foto con le citazioni dal libro sono divise in blocchi per ambientazione-citazione senza un ordine cronologico o spaziale, sono messi così come mi sono venuti
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Camera da letto di Marcel
"Longtemps, je me suis couché de bonne heure" è uno degli incipit più famosi della letteratura mondiale.
Una frase apparentemente innocua, quasi aneddotica, che però sviluppata per "trenta pagine" ci fa capire quanto lavoro è stato fatto in quei letti.
Siamo proprio all'inizio del romanzo.
Originale in francese.
Per molto tempo, mi sono coricato presto. A volte, non appena spegnevo la candela, i miei occhi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di pensare: "Mi sto addormentando". E mezz'ora dopo, il pensiero che fosse ora di dormire mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di tenere ancora tra le mani e spegnere la luce. Non avevo smesso di riflettere su ciò che avevo appena letto mentre dormivo, ma queste riflessioni avevano preso una piega piuttosto peculiare; mi sembrava che io stesso fossi ciò di cui parlava il libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco I e Carlo V. Questa convinzione sopravviveva per qualche secondo dopo il risveglio; non offendeva la mia ragione, ma pesava come una bilancia sui miei occhi e impediva loro di rendersi conto che il candelabro non era acceso.
Camera da letto di Marcel: la lanterna magica
La casa è quella originale, l'arredamento è stato opportunamente ricostruito, con molta attenzione ai particolari come quello della lanterna magica.
Originale in francese.
A Combray, ogni giorno dalla fine del pomeriggio, molto prima del momento in cui dovevo andare a letto e restare, senza sonno, lontano da mia madre e mia nonna, la mia camera da letto tornava a essere il punto fisso e doloroso delle mie preoccupazioni. Avevano inventato, per distrarmi nelle sere in cui mi pensavano troppo infelice, di regalarmi una lanterna magica, con la quale, mentre aspettavano l'ora di cena, riempivano la mia lampada; e, come i primi architetti e maestri vetrai dell'epoca gotica, sostituì l'opacità delle pareti con un'iridescenza impalpabile, apparizioni multicolori soprannaturali, dove le leggende venivano rappresentate come in una vetrata sfarfallante e momentanea. Ma la mia tristezza era solo aumentata, perché il solo cambio di luce aveva distrutto l'abitudine che avevo della mia stanza, e grazie a ciò, a parte la tortura dell'ora di andare a letto, era diventata sopportabile per me. Ora non la riconoscevo più, e mi sentivo a disagio, come in una stanza d'albergo o in uno "chalet" dove ero arrivato per la prima volta quando ero sceso dalla ferrovia.
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Camera da letto di mamma Jeanne
La mamma compare come punto di riferimento imprescindibile: quando manca di dare il bacio della buona notte a Marcel questi precipita nella più cupa disperazione.
Originale in francese.
Quando mi fermavo davanti a mia madre mentre andava a letto, e lei vedeva che ero rimasto sveglio per darle la buonanotte in corridoio, non mi era più permesso di stare a casa; il giorno dopo sarei stato mandato a scuola, questo era certo. Bene! Anche se cinque minuti dopo avessi dovuto buttarmi dalla finestra, avrei preferito quello. Quello che volevo ora era mia madre, darle la buonanotte; ero andato troppo oltre sulla strada che portava alla realizzazione di quel desiderio per tornare indietro.
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Camera da letto di Tante Léonie
Se fosse solo ipocondriaca o seriamente ammalata non lo sapremo mai, perché liquidava tutti i medici che davano questi due giudizi opposti.
la sola versione che accettava era la propria: stava male ed era costretta a letto, ma si curava con l'acqua di Vichy Célestins e la pepsina.
Una curiosità: l'acqua minerale Vichy Célestins esiste ancora, ovviamente in PET, e costa una tombola.
Originale in francese.
Da un lato del letto c'era una grande cassettiera gialla in legno di limone e un tavolo che fungeva sia da farmacia che da altare maggiore, dove, sopra una statuetta della Vergine e una bottiglia di acqua minerale Vichy-Célestins, si trovavano messali e prescrizioni: tutto ciò di cui aveva bisogno per seguire le funzioni religiose e la sua dieta dal letto, per non perdere l'ora della pepsina o dei Vespri. Dall'altro lato, il letto era adiacente alla finestra; aveva una vista sulla strada e leggeva dalla mattina alla sera, per alleviare la noia, come i principi persiani, la cronaca quotidiana ma senza tempo di Combray, che poi discuteva con Françoise.
Le Petites Madeleines
Episodio cardine dell'intera opera: la memoria spontanea, come si diceva sopra, fa scattare i ricordi di Combray all'autore dopo il primo morso di Petite Madeleine intinta nel te,
offertagli da sua madre al rientro di una fredda giornata.
Non è la memoria volontaria: quante volte aveva visto le madeleine nelle vetrine dei negozi, ma a loro non aveva più pensato in termini di infanzia a Combray.
Ma se apparentemente "nulla rimane di un passato antico", come direbbe Guccini "Siamo qualcosa che non resta / frasi vuote nella testa",
è anche vero che in questo caso il gusto e l'olfatto resuscitano "l'immenso edificio della memoria".
La prima volta che sono andato a Combray c'era una pasticceria bella grande che riportava opportunamente in vetrina l'astuta scritta "E' qui che Tante Léonie comprava le sue madeleine".
Ahimè, forse non l'ho trovata io, ma sembra che questa pasticceria non ci sia più: nonostante l'aiuto della Recherche evidentemente non è riuscita a sopravvivere.
Originale in francese.
Per molti anni, tutto ciò che a Combray non fosse il dramma e il rituale della mia routine serale aveva cessato di esistere per me, finché un giorno d'inverno,
mentre tornavo a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi suggerì di prendere del tè, contrariamente alla mia solita abitudine. Inizialmente rifiutai, poi, non so perché, cambiai idea.
Mi mandò a prendere una di quelle tortine basse e paffute chiamate Petites Madeleines, che sembravano modellate nella conchiglia scanalata di una capasanta.
E subito, meccanicamente, sopraffatto dalla giornata grigia e dalla prospettiva di un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè in cui avevo lasciato ammorbidire un pezzetto di madeleine.
Ma nell'istante stesso in cui il sorso, mescolato alle briciole di torta, toccò il mio palato, sussultai, attento alla cosa straordinaria che stava accadendo dentro di me.
Un piacere delizioso mi aveva invaso, isolato, senza che ne conoscessi la causa. Aveva reso immediatamente indifferenti alle vicissitudini della vita, innocue le sue disgrazie,
illusoria la sua brevità, nello stesso modo in cui opera l'amore, riempiendomi di un'essenza preziosa: o meglio, quest'essenza non era in me, ero io.
[...]
E all'improvviso il ricordo mi è tornato alla mente. Quel sapore era quello del pezzettino di madeleine che mia zia Léonie mi offriva la domenica mattina a Combray
(perché quel giorno non uscivo prima della messa), quando andavo a darle il buongiorno nella sua stanza, dopo averlo inzuppato nel suo tè o nell'infuso di tiglio.
La vista della piccola madeleine non mi aveva ricordato nulla prima di assaggiarla; forse perché, avendole viste spesso da allora, senza mangiarle, sugli scaffali delle pasticcerie,
la loro immagine aveva lasciato quei giorni a Combray per legarsi a ricordi più recenti; forse perché, di quei ricordi abbandonati per così tanto tempo fuori dalla memoria, nulla era sopravvissuto,
tutto si era disintegrato; le forme – e quella del piccolo guscio di pasta, così riccamente sensuale sotto la sua piega austera e devota – erano svanite, o, assopite,
avevano perso la forza espansiva che avrebbe permesso loro di raggiungere la coscienza. Ma quando nulla rimane di un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose,
solo, più fragili ma più duraturi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, restano a lungo l'olfatto e il gusto, come anime, per ricordare, per attendere, per sperare,
sulla rovina di tutto il resto, per portare senza esitazione, sulla loro goccia quasi impalpabile, l'immenso edificio della memoria.
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Il giardino
Nel libro sembra molto più grande, forse perché visto con gli occhi del bambino, o forse perché rappresenta l'esterno, il fuori dalle rassicuranti mura domestiche.
L'unica persona che sta volentieri in giardino, l'unica che prende qualsiasi scusa per uscire, è la nonna.
Nel cuore del piccolo Marcel il giardino evoca "una vita di avventure e strane aspirazioni in una terra irrigata da acque vive".
Originale in francese.
Infine, mia madre mi diceva: "Suvvia, non restare qui indefinitamente. Vai in camera tua se fuori fa troppo caldo, ma prima esci a prendere un po' d'aria fresca, così non ti metterai a leggere dopo cena".
Io andavo a sedermi vicino alla pompa e alla sua mangiatoia, spesso ornata, come uno sfondo gotico, da una salamandra, che scolpiva il rilievo mobile del suo corpo allegorico e aerodinamico sulla pietra grezza.
Mi sedevo sulla panca senza schienale all'ombra di un cespuglio di lillà, in quel piccolo angolo del giardino che si apriva, attraverso una porta di servizio, su Rue du Saint-Esprit.
Dalla terra incolta di quell'angolo, elevandosi di due gradini dalla casa, come una struttura separata, si trovava la cucina sul retro. Si potevano vedere le sue lastre di pietra rossa,
che brillavano come porfido. Sembrava meno il covo di Françoise e più un piccolo tempio dedicato a Venere. Era colma di offerte del lattaio, del fruttivendolo e del venditore di verdure,
che a volte arrivavano da villaggi anche molto lontani per dedicarvi i primi frutti dei loro campi. E la sua sommità era sempre coronata dal tubare di una colomba.
[...]
Splendidi pomeriggi di domenica sotto il castagno nel giardino di Combray, accuratamente svuotato da me dei mediocri avvenimenti della mia esistenza personale,
che avevo sostituito lì con una vita di avventure e strane aspirazioni in una terra irrigata da acque vive, tu evochi ancora questa vita in me quando penso a te e in effetti la racchiudi gradualmente,
avendola circondata e racchiusa - man mano che procedevo nella mia lettura e il calore del giorno diminuiva - nel successivo susseguirsi cristallino,
lentamente mutato e attraversato dal fogliame, delle tue ore silenziose, sonore, profumate e limpide.
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Combray
La vera protagonista di questa pagina è la piccola città di Combray, o meglio Illiers disposta a cambiarsi il nome per omaggiare il suo frequentatore più illustre
(o forse per richiamare il turismo).
"Una chiesa che riassumeva la città": la definizione di Proust poteva andare bene ancora oggi, se non fosse che nel frattempo Proust stesso ha sorpassato di gran lunga la chiesa come importanza.
Se all'epoca in cui è ambientato il libro Illiers-Combray era una meta di quiete, un buen retiro per parigini stressati,
oggi sembra solo una meta turistica per nerd proustiani. Che per inciso possiamo dire che non resteranno delusi.
Nel passo che segue i ricordi della chiesa e della piazza vengono associati all'irrealtà, al sogno delle proiezioni con la lanterna magica.
Originale in francese.
Combray, vista da lontano, a dieci leghe di distanza, dalla ferrovia quando arrivammo lì l'ultima settimana prima di Pasqua, non era altro che una chiesa che riassumeva la città, la rappresentava, ne parlava e la invocava a terre lontane e, quando ci si avvicinava, stringendosi forte attorno al suo alto e scuro manto, in campo aperto, contro il vento, come una pastorella attorno alle sue pecore, si radunavano i dorsi lanosi e grigi delle case, che un residuo di bastioni medievali circondava qua e là con una linea perfettamente circolare come una piccola città in un dipinto di un primitivo. Vivere lì, Combray era un po' triste, come le sue strade le cui case, costruite con pietra locale nerastra, precedute da scalini esterni, sormontate da frontoni che proiettavano ombre davanti a loro, erano così buie che non appena il giorno cominciava a calare, era necessario alzare le tende nelle "stanze"; strade dai nomi solenni di santi (molti dei quali legati alla storia dei primi signori di Combray): rue Saint-Hilaire, rue Saint-Jacques dove si trovava la casa di mia zia, rue Sainte-Hildegarde, dove conduceva il cancello, e rue du Saint-Esprit su cui si apriva la piccola porta laterale del suo giardino; e queste strade di Combray esistono in una parte così remota della mia memoria, dipinte con colori così diversi da quelli che ora rivestono il mondo per me, che in verità mi sembrano tutte, e la chiesa che le dominava nella piazza, ancora più irreali delle proiezioni della lanterna magica; e che a volte mi sembra che poter ancora attraversare rue Saint-Hilaire, poter affittare una stanza in rue de l’Oiseau – nel vecchio hotel dell’Oiseau Flesché, dalle cui bocchette di ventilazione si levava un odore di cucina che ancora a volte mi pervade in modo intermittente e caldo – sarebbe un ingresso in contatto con l’Aldilà più meravigliosamente soprannaturale che fare la conoscenza di Golo e conversare con Geneviève de Brabant.
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Le due passeggiate
Ho sempre trovato ambiguo il titolo tradotto in italiano, "Dalla parte di Swann", perché se il riferimento esplicito è alla passeggiata che passava da Tansonville dove abitava Swann,
la traduzione aveva senso interpretata anche come solidarietà verso Swann nella tragica vicenda raccontata.
Non ho provato ad andare dalla parte dei Guermantes, ma entrambe le volte che sono stato a Combray sono andato all'inizio (purtroppo per la fretta solo all'inizio)
della passeggiata dalla parte di Swann.
Il sentiero si preannuncia molto bello, e anche Méséglise, che nella realtà si chiama
Méréglise,
deve essere molto bella.
In buona sostanza è evidente che dovrò tornarci un giorno con più calma, con più tempo.
E di tempo ne occorre perché le passeggiate sono belle lunghe, e per capirci l'anello completo, "prendere la strada per Guermantes per arrivare a Méséglise, o viceversa",
è lungo circa trenta chilometri. La famiglia Proust era di gamba buona!
Originale in francese.
Intorno a Combray c'erano due "lati" per le passeggiate, così opposti che, di fatto, non si usciva di casa dalla stessa porta quando si voleva andare in una direzione o nell'altra: il lato di Méséglise-la-Vineuse, chiamato anche lato Swann perché per arrivarci si passava davanti alla proprietà del signor Swann, e il lato di Guermantes. Di Méséglise-la-Vineuse, a dire il vero, conoscevo solo quel "lato" e alcuni sconosciuti che venivano a passeggiare a Combray la domenica, persone che, questa volta, né mia zia né alcuno di noi "conosceva" e che, da quel cartello, supponevamo fossero "persone che dovevano venire da Méséglise". Quanto a Guermantes, ne avrei saputo di più un giorno, ma solo molto più tardi; e durante tutta la mia adolescenza, se Méséglise era per me qualcosa di inaccessibile come l'orizzonte, nascosto alla vista per quanto ci si spingesse oltre, dalle pieghe di un terreno che non assomigliava più a quello di Combray, Guermantes, d'altra parte, mi appariva solo come la fine ideale, piuttosto che reale, del proprio "lato", una sorta di espressione geografica astratta come l'equatore, come il polo, come l'Oriente. Quindi, "prendere la strada per Guermantes" per arrivare a Méséglise, o viceversa, mi sarebbe sembrata un'espressione priva di senso, come prendere la strada per est per arrivare a ovest.
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E per chiudere: il fumetto
Sono sempre titubante di fronte a fumetti che propongono fatti storici, biografie o, come in questo caso, trasposizioni di romanzi.
Per mia esperienza, ma soprattutto dal mio personale e insindacabile punto di vista, i fumetti devono avere una sceneggiatura propria, pensata per diventare un fumetto,
e meglio ancora se pensata anche in funzione del disegnatore (va da sé per i fumetti d'autore).
Qui abbiamo la trasposizione della prima parte del primo volume della Recherche, in pratica quello di cui abbiamo parlato finora.
Dico subito che è un bel fumetto, si legge piacevolmente, ma soprattutto è rispettoso dell'originale da cui è tratto,
ed è soprattutto per questo che si nota una piccola stonatura rispetto ai fumetti in generale.
Ci sono fumetti con pochissimo testo, o addirittura privi del tutto, che riescono a raccontare perfettamente la storia puntando sulle immagini;
nella normalità però nei fumetti ci sono anche le didascalie che servono o per dare continuità alla narrazione di fronte ad un salto di spazio o di tempo,
oppure a riportare una voce narrante o i pensieri del protagonista se la narrazione è in diretta col protagonista come narratore.
Nel nostro caso siamo di fronte ad un'importante preponderanza di didascalie rispetto ai dialoghi, e questo suona un po' strano, ma è giusto così.
E' corretto perché nelle didascalie sono riportati ampi estratti tratti dal romanzo, quindi come si diceva alla fine il fumetto risulta estremamente
rispettoso del testo originale.
Questo volume è una via di mezzo tra un fumetto classico (mi si passi il termine) e un romanzo ampiamente e riccamente illustrato.
Però, lo ribadisco ancora, è un bel fumetto.
Non solo lo può leggere chi ha apprezzato il romanzo, ma se può anche fornire didatticamente uno spunto per apprezzare Proust ben venga:
ha dato un valore aggiunto enorme.
Lo scolaro costretto a studiare questo classico della letteratura, potrebbe scoprire qui che non solo Proust non è noioso,
ma che è un abile narratore e caratterista.
L'unica nota negativa, ma forse positiva a seconda dei punti di vista, è il prezzo.
I francesi non ammettono discussioni: il fumetto è un'arte di tutto rispetto e va valorizzata, quindi nella quasi totalità dei casi troviamo
volumi di ampio respiro e cartonati, ma tutto questo ha giustamente un costo.
Nel nostro caso il problema non è tanto il costo di questo singolo volume, ma dell'intera opera:
siamo a quattro volumi, oppure uno integrale col relativo prezzo proporzionato, per "Du côté de chez Swann", e lo stesso (quattro oppure uno integrale) per
"À l'ombre des jeunes filles en fleurs".
Immagino che in futuro verranno pubblicati anche gli altri libri dell'opera, e a quel punto chi la completerà avrà un bel valore sullo scaffale della libreria.
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*** Camera da letto di Marcel ***
Longtemps, je me suis couché de bonne heure. Parfois, à peine ma bougie éteinte, mes yeux se fermaient si vite que je n’avais pas le temps de me dire :
« Je m’endors. » Et, une demi-heure après, la pensée qu’il était temps de chercher le sommeil m’éveillait ; je voulais poser le volume que je croyais avoir encore dans les mains et souffler ma lumière ;
je n’avais pas cessé en dormant de faire des réflexions sur ce que je venais de lire, mais ces réflexions avaient pris un tour un peu particulier ;
il me semblait que j’étais moi-même ce dont parlait l’ouvrage : une église, un quatuor, la rivalité de François Ier et de Charles-Quint.
Cette croyance survivait pendant quelques secondes à mon réveil ; elle ne choquait pas ma raison,
mais pesait comme des écailles sur mes yeux et les empêchait de se rendre compte que le bougeoir n’était pas allumé.
*** Camera da letto di Marcel: la lanterna magica ***
À Combray, tous les jours dès la fin de l’après-midi, longtemps avant le moment où il faudrait me mettre au lit et rester, sans dormir, loin de ma mère et de ma grand’mère,
ma chambre à coucher redevenait le point fixe et douloureux de mes préoccupations. On avait bien inventé, pour me distraire les soirs où on me trouvait l’air trop malheureux,
de me donner une lanterne magique, dont, en attendant l’heure du dîner, on coiffait ma lampe ; et, à l’instar des premiers architectes et maîtres verriers de l’âge gothique,
elle substituait à l’opacité des murs d’impalpables irisations, de surnaturelles apparitions multicolores, où des légendes étaient dépeintes comme dans un vitrail vacillant et momentané.
Mais ma tristesse n’en était qu’accrue, parce que rien que le changement d’éclairage détruisait l’habitude que j’avais de ma chambre et grâce à quoi,
sauf le supplice du coucher, elle m’était devenue supportable.
Maintenant je ne la reconnaissais plus et j’y étais inquiet, comme dans une chambre d’hôtel ou de « chalet » où je fusse arrivé pour la première fois en descendant de chemin de fer.
*** Camera da letto di mamma Jeanne ***
Quand j’irais me mettre sur le chemin de ma mère au moment où elle monterait se coucher, et qu’elle verrait que j’étais resté levé pour lui redire bonsoir dans le couloir,
on ne me laisserait plus rester à la maison, on me mettrait au collège le lendemain, c’était certain. Eh bien ! dussé-je me jeter par la fenêtre cinq minutes après,
j’aimerais encore mieux cela. Ce que je voulais maintenant c’était maman, c’était lui dire bonsoir,
j’étais allé trop loin dans la voie qui menait à la réalisation de ce désir pour pouvoir rebrousser chemin.
*** Camera da letto di Tante Léonie ***
D’un côté de son lit était une grande commode jaune en bois de citronnier et une table qui tenait à la fois de l’officine et du maître-autel, où,
au-dessus d’une statuette de la Vierge et d’une bouteille de Vichy-Célestins, on trouvait des livres de messe et des ordonnances de médicaments,
tout ce qu’il fallait pour suivre de son lit les offices et son régime, pour ne manquer l’heure ni de la pepsine, ni des Vêpres. De l’autre côté, son lit longeait la fenêtre,
elle avait la rue sous les yeux et y lisait du matin au soir, pour se désennuyer, à la façon des princes persans, la chronique quotidienne mais immémoriale de Combray,
qu’elle commentait ensuite avec Françoise.
*** Le Petites Madeleines ***
Il y avait déjà bien des années que, de Combray, tout ce qui n’était pas le théâtre et le drame de mon coucher n’existait plus pour moi, quand un jour d’hiver,
comme je rentrais à la maison, ma mère, voyant que j’avais froid, me proposa de me faire prendre, contre mon habitude, un peu de thé. Je refusai d’abord et, je ne sais pourquoi, je me ravisai.
Elle envoya chercher un de ces gâteaux courts et dodus appelés Petites Madeleines qui semblaient avoir été moulés dans la valve rainurée d’une coquille de Saint-Jacques.
Et bientôt, machinalement, accablé par la morne journée et la perspective d’un triste lendemain, je portai à mes lèvres une cuillerée du thé où j’avais laissé s’amollir un morceau de madeleine.
Mais à l’instant même où la gorgée mêlée des miettes du gâteau toucha mon palais, je tressaillis, attentif à ce qui se passait d’extraordinaire en moi.
Un plaisir délicieux m’avait envahi, isolé, sans la notion de sa cause. Il m’avait aussitôt rendu les vicissitudes de la vie indifférentes, ses désastres inoffensifs,
sa brièveté illusoire, de la même façon qu’opère l’amour, en me remplissant d’une essence précieuse : ou plutôt cette essence n’était pas en moi, elle était moi.
[...]
Et tout d’un coup le souvenir m’est apparu. Ce goût, c’était celui du petit morceau de madeleine que le dimanche matin à Combray (parce que ce jour-là je ne sortais pas avant l’heure de la messe),
quand j’allais lui dire bonjour dans sa chambre, ma tante Léonie m’offrait après l’avoir trempé dans son infusion de thé ou de tilleul.
La vue de la petite madeleine ne m’avait rien rappelé avant que je n’y eusse goûté ; peut-être parce que, en ayant souvent aperçu depuis, sans en manger, sur les tablettes des pâtissiers,
leur image avait quitté ces jours de Combray pour se lier à d’autres plus récents ; peut-être parce que, de ces souvenirs abandonnés si longtemps hors de la mémoire,
rien ne survivait, tout s’était désagrégé ; les formes — et celle aussi du petit coquillage de pâtisserie, si grassement sensuel sous son plissage sévère et dévot — s’étaient abolies,
ou, ensommeillées, avaient perdu la force d’expansion qui leur eût permis de rejoindre la conscience. Mais, quand d’un passé ancien rien ne subsiste, après la mort des êtres,
après la destruction des choses, seules, plus frêles mais plus vivaces, plus immatérielles, plus persistantes, plus fidèles, l’odeur et la saveur restent encore longtemps,
comme des âmes, à se rappeler, à attendre, à espérer, sur la ruine de tout le reste, à porter sans fléchir, sur leur gouttelette presque impalpable, l’édifice immense du souvenir.
*** Il giardino ***
Enfin ma mère me disait : « Voyons, ne reste pas ici indéfiniment, monte dans ta chambre si tu as trop chaud dehors, mais va d’abord prendre l’air un instant pour ne pas lire en sortant de table. »
J’allais m’asseoir près de la pompe et de son auge, souvent ornée, comme un fond gothique, d’une salamandre,
qui sculptait sur la pierre fruste le relief mobile de son corps allégorique et fuselé, sur le banc sans dossier ombragé d’un lilas,
dans ce petit coin du jardin qui s’ouvrait par une porte de service sur la rue du Saint-Esprit et de la terre peu soignée duquel s’élevait par deux degrés,
en saillie de la maison, et comme une construction indépendante, l’arrière-cuisine. On apercevait son dallage rouge et luisant comme du porphyre.
Elle avait moins l’air de l’antre de Françoise que d’un petit temple à Vénus. Elle regorgeait des offrandes du crémier, du fruitier, de la marchande de légumes,
venus parfois de hameaux assez lointains pour lui dédier les prémices de leurs champs. Et son faîte était toujours couronné du roucoulement d’une colombe.
[...]
Beaux après-midi du dimanche sous le marronnier du jardin de Combray, soigneusement vidés par moi des incidents médiocres de mon existence personnelle
que j’y avais remplacés par une vie d’aventures et d’aspirations étranges au sein d’un pays arrosé d’eaux vives, vous m’évoquez encore cette vie quand je pense à vous et vous la contenez
en effet pour l’avoir peu à peu contournée et enclose — tandis que je progressais dans ma lecture et que tombait la chaleur du jour — dans le cristal successif,
lentement changeant et traversé de feuillages, de vos heures silencieuses, sonores, odorantes et limpides.
*** Combray ***
Combray, de loin, à dix lieues à la ronde, vu du chemin de fer quand nous y arrivions la dernière semaine avant Pâques, ce n’était qu’une église résumant la ville, la représentant,
parlant d’elle et pour elle aux lointains, et, quand on approchait, tenant serrés autour de sa haute mante sombre, en plein champ, contre le vent, comme une pastoure ses brebis,
les dos laineux et gris des maisons rassemblées qu’un reste de remparts du moyen âge cernait çà et là d’un trait aussi parfaitement circulaire qu’une petite ville dans un tableau de primitif.
À l’habiter, Combray était un peu triste, comme ses rues dont les maisons construites en pierres noirâtres du pays, précédées de degrés extérieurs,
coiffées de pignons qui rabattaient l’ombre devant elles, étaient assez obscures pour qu’il fallût dès que le jour commençait à tomber relever les rideaux dans les « salles » ;
des rues aux graves noms de saints (desquels plusieurs se rattachaient à l’histoire des premiers seigneurs de Combray) : rue Saint-Hilaire, rue Saint-Jacques où était la maison de ma tante,
rue Sainte-Hildegarde, où donnait la grille, et rue du Saint-Esprit sur laquelle s’ouvrait la petite porte latérale de son jardin ; et ces rues de Combray existent dans une partie de ma mémoire si reculée,
peintes de couleurs si différentes de celles qui maintenant revêtent pour moi le monde, qu’en vérité elles me paraissent toutes, et l’église qui les dominait sur la Place,
plus irréelles encore que les projections de la lanterne magique ; et qu’à certains moments, il me semble que pouvoir encore traverser la rue Saint-Hilaire,
pouvoir louer une chambre rue de l’Oiseau — à la vieille hôtellerie de l’Oiseau Flesché,
des soupiraux de laquelle montait une odeur de cuisine que s’élève encore par moments en moi aussi intermittente et aussi chaude —
serait une entrée en contact avec l’Au-delà plus merveilleusement surnaturelle que de faire la connaissance de Golo et de causer avec Geneviève de Brabant.
*** Le due passeggiate ***
Car il y avait autour de Combray deux « côtés » pour les promenades, et si opposés qu’on ne sortait pas en effet de chez nous par la même porte,
quand on voulait aller d’un côté ou de l’autre : le côté de Méséglise-la-Vineuse, qu’on appelait aussi le côté de chez Swann parce qu’on passait devant la propriété de M. Swann pour aller par là,
et le côté de Guermantes.
De Méséglise-la-Vineuse, à vrai dire, je n’ai jamais connu que le « côté » et des gens étrangers qui venaient le dimanche se promener à Combray, des gens que, cette fois,
ma tante elle-même et nous tous ne « connaissions point » et qu’à ce signe on tenait pour « des gens qui seront venus de Méséglise ».
Quant à Guermantes, je devais un jour en connaître davantage, mais bien plus tard seulement ; et pendant toute mon adolescence,
si Méséglise était pour moi quelque chose d’inaccessible comme l’horizon, dérobé à la vue, si loin qu’on allât, par les plis d’un terrain qui ne ressemblait déjà plus à celui de Combray,
Guermantes, lui, ne m’est apparu que comme le terme plutôt idéal que réel de son propre « côté », une sorte d’expression géographique abstraite comme la ligne de l’équateur,
comme le pôle, comme l’orient. Alors, « prendre par Guermantes » pour aller à Méséglise, ou le contraire, m’eût semblé une expression aussi dénuée de sens que prendre par l’est pour aller à l’ouest.
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Autore: Marcel Proust |
Autore: Marcel Proust / adattamento e disegni Stéphne Heuet |
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