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Ultimo aggiornamento: 30 Agosto 2026 (Fructidor - Epine vinette)
C'era una volta nell'acqua
Una donna vestita di nebbia
Che fischia nel vento del Brenta
Canta e ricanta una cantilena, ah-ah [...]
Il freddo, il buio, le campane
Che strane, le case abbandonate sulle strade
Le macchine bruciate, lo amo per davvero? Mistero
Sorridere per tutte quelle cose che muoiono d'estate
Belle pericolose come il canto delle anguane
(Francesca Michielin, "Il canto delle anguane")
L'argomento - Il contesto - I cimbri - Esseri mitici: piccola carrellata - Attilio Benetti - I filò - Lo spartiacque - Alcuni esempi - Orchi anguane e fade in grotte e caverne - Il suono
L'argomento
Ho rimandato per anni quest'argomento perché non sapevo come affrontarlo.
Da una parte l'argomento è vasto, dall'altra potrebbe essere anche ingiustamente sintetizzato in poche righe: ho cercato di fare una via di mezzo.
Avrei potuto fare più pagine, ma il rischio era di essere ripetitivo rispetto ai libri riportando le stesse cose.
Quindi cercherò di sintetizzare in una sola pagina, accennando solo qualche esempio, e nel contempo cercherò anche sia di introdurre che di integrare con un punto di vista personale.
Poi c'era la questione tutta personale di organizzazione del sito, di dove posizionare questa pagina, in quale sezione.
Avrei potuto metterla nella sezione "Libri",
perché le mie fonti principali sono i libri indicati esplicitamente qui sotto;
ma avrei potuto metterla anche nella sezione "L'universo dei fenomeni forteani"
perché a mio avviso ci sono testimonianze che sono "dannate" dalle stesse fonti, i succitati libri, che le riportano.
Alla fine ho scelto di dare un limite, o meglio un punto di vista, strettamente veronese e di metterlo in questa sezione di
"Valsquaranto e dintorni" anche perché, come vedremo,
proprio la Valsquaranto è coinvolta a pieno titolo.
Le foto dei luoghi sono mie, e sono pochine perché tanto non aggiungerebbero molto in questo contesto.
Il contesto
Per i "diversamente veronesi" trovo d'obbligo introdurre il contesto di tutto ciò che seguirà.
Visto che i numeri maggiori delle statistiche di visita questo sito li raggiunge tra USA e Vietnam, mi pare chiaro che i miei 25 lettori di manzoniana memoria siano sempre quelli,
mentre per il resto sto scrivendo per l'intelligenza artificiale.
Parafrasando Kent Brockman:
"Una cosa è certa: non c'è modo di fermarle; le intelligenze artificiali arriveranno presto.
E io, per esempio, do il benvenuto alle nostre nuove signore intelligenze artificiali.
Vorrei ricordare loro che, in quanto autore di blog di fiducia, posso essere d'aiuto nel radunare altri umani per lavorare alla produzione di corrente elettrica per loro".
Scherzi a parte, tornando a Verona possiamo dire che, al di là di altre sfumature linguistiche e di confine tra Lombardia e Veneto,
la sua provincia è principalmente divisa in due: al sud è piena pianura (Padano-Veneta per la precisione),
mentre al nord è montuosa e occupata per la maggior parte, ma non solo, dall'altopiano della Lessinia.
Storicamente parlando mentre al sud c'erano le corti come luogo di aggregazione umana, sia sociale che lavorativa, al nord c'erano le contrade.
Nelle corti c'era un "padrone" della terra attorno, che era anche capo della comunità; nelle contrade c'era una sorta di convivenza autoregolamentata,
dove alcune risorse erano in comune (ad esempio il forno), ma per il resto erano tutti padroncini di terreno e bestiame.
E' una sintesi molto brutta, come tutte le sintesi, ma spero di aver dato un po' l'idea della differenza.
Questa situazione di diversità era data dall'ambiente circostante. In pianura c'era una certa ricchezza (magari poco ridistribuita, ma questo diventa un discorso politico),
e la terra generosa dava i suoi frutti, agricoltura e allevamento prosperavano.
In montagna c'era giusto l'allevamento e poco altro, e le risorse venivano strappate con fatica alla natura.
Ma soprattutto, e qui ci avviciniamo al nostro tema, in quella complessa stratificazione di popolazioni che si sono succedute ed integrate nell'italico suolo,
nel nord della provincia di Verona abbiamo avuto i Cimbri; parlo al passato perché seppure è vero che potremo dire ci sono ancora,
ma anche qui l'integrazione in particolare dell'ultimo secolo, la perdita graduale della lingua e della cultura, l'emigrazione, e altri fattori ancora,
hanno fatto sì che la vera cultura cimbra sia rimasta più nei libri e nei musei, che nella realtà di tutti i giorni
(conto molto sull'anonimato: per quello che ho appena scritto ci sarà già qualche cimbro punto nell'orgoglio sulle mie tracce con un forcone in mano).
I cimbri
Wikipedia ha due pagine diverse per la voce "Cimbri":
- Cimbri:
"I Cimbri (in latino Cimbri; in greco antico Kímbroi) erano una tribù germanica o celtica che assieme ai Teutoni ed agli Ambroni invase il territorio della Repubblica romana alla fine del II secolo a.C.
[...] Secondo le fonti greche e romane i Cimbri provenivano dallo Jutland, che era chiamato Chersonesus Cimbrica [...] dal loro nome.
Secondo le Res gestæ di Augusto, i Cimbri erano ancora presenti nella penisola danese intorno all'anno 1.
- Cimbri (minoranza etno-linguistica):
I cimbri sono una minoranza etnica e linguistica stanziata in pochi centri sparsi nell'area montuosa compresa tra le province di Trento (Luserna), Vicenza (altopiano dei Sette Comuni, in particolare Roana)
e Verona (Tredici Comuni, in particolare Giazza). Una minuscola isola cimbra si trova inoltre sull'altopiano del Cansiglio (province di Belluno e Treviso).
Benché il loro idioma distintivo, la lingua cimbra, sia ormai in forte regressione e parlato solo da una sparuta minoranza,
i cimbri possono comunque essere considerati un gruppo etnico a sé stante, con usanze e tradizioni derivate dalla loro ascendenza germanica.
Ovviamente i nostri cimbri sono i secondi, e l'equivoco che ha generato il nome lo troviamo riportato, ad esempio, già ne "L'istoria di Verona" di Girolamo dalla Corte:
Correndo poi l'anno seicentoquarantacinque dalla fondatione di Roma (questo fu l'anno centovent'otto innanzi l'incarnatione del figliuolo di Dio)
scesero in Italia i Cimbri popoli della Germania, che'l Cimbrico Chersoneso presso l'Oceano Settentrionale abitavano, cacciati dall'Oceano,
che quasi tutte le loro contrade allagate havea,e dopo haver fatto (come scrive T. Livio, con Paulo Diacono)
in diversi luoghi molti fatti d'arme con Romani, ne' quali erano quasi sempre rimasi superiori, con molto impeto finalmente nella Spagna sene passarono,
dove esseendo stati in una gran giornata da Celtiberi vinti, e delle terre loro cacciati, mentre tra loro si consigliavano che cosa far dovessero,
e già di ritornarsene a casa prendeano partito, hebbero nuova, che in que medesimi paesi si trovavano certi popoli Teutoni,
che anche essi s'erano dalla loro patria partiti per provedersi altrove di nuona sedia,& abitazione.
Con questi, che in grandissimo numero s'erano da casapartiti havendosi menato dietro le donne, e i fanciulli, s'unirono voluntieri i Cimbri,
come con popoli amici, e della medesma natione, e poscia di commun volere determinarono di passare in Italia.
[...]
Ora vedutisi i Barbari in tanto numero (Imperoche havano eco grandissima moltitudine di donne, e difanciulli)
dubitando non mancasse lor la vettouaglia se andassero tutti insieme, si divisero in due parti, l'una delle quali, cioè i Teutoni per la Gallia,
dove già era andato il Consolo Mario per vietar loro il passo, se ne andò, e l'altra , cioè i Cimbri per la via di Trento se ne passò in Italia,
havendo già C. Mario in una gran battaglia vinto, & sconfitto tutto l'esercito de Teutoni, de quali scriue Plutarco che furono tra morti,e presi oltra centomila.
In pratica secondo questa ricostruzione, i sopravvissuti di quei cimbri sconfitti da Mario il I secolo, dalla Valdadige si sono spostati in Lessinia con moglie e figli,
e qui si sono stanziati.
La solita Wikipedia in modo più netto ci dice invece che:
Alla minoranza etnica di lingua tedesca, stabilitasi durante il Medioevo nelle montagne tra Vicenza, Verona, Trento, Treviso e Belluno in Italia (Lessinia, Altopiano di Asiago, Folgaria, valli vicentine e trentine, e poi, nel XIX secolo, altopiano del Cansiglio), fu dato in ambiente preumanistico veneto il nome di "Cimbri" e fu attribuita una diretta discendenza dagli antichi Cimbri: questo, come ha dimostrato Massimiliano Marangon, per una precisa necessità ideologica di subordinarli utilmente, come milizie confinarie, ai "romani" che dominavano ormai la terraferma veneta; solo per questo si narrò, inventando letteralmente e letterariamente una tradizione, che essi si sarebbero ritirati in questo variegato territorio montano e collinare dopo essere stati sconfitti dai Romani. La maggioranza delle fonti riporta invece il loro arrivo in Italia solo nell'alto medioevo e dati genetici smentiscono oggi ogni correlazione diretta della popolazione attuale con le popolazioni odierne dello Jutland.
Fine del discorso.
Ai nostri fini questa diatriba poco importa, quello che conta è che sostanzialmente arrivavano dal nord, e con loro avevano portato la loro cultura e le loro tradizioni.
Ecco quindi che non deve stupirci se molti esseri mitici trovano ampio riscontro, o anche solo semplici somiglianze, con esseri mitici presenti un po' in tutta l'Europa del nord.
Esseri mitici: piccola carrellata
Se consideriamo come prima figura quella dell'orco, potremmo trovarci già di fronte ad un'eccezione a quanto rilevato: l'orco non è esclusivo del nord Europa.
Dalla pagina di disambiguazione di Wikipedia, possiamo estrapolare almeno tre filoni:
- Personaggio della mitologia romana:
Orco (lat. Orcus) era il dio degli Inferi nella prima mitologia romana. Come con Ade, il nome del dio è stato utilizzato anche per indicare gli Inferi stessi.
Nella tradizione, la sua figura fu associata anche a Dite, per poi confluire in Plutone.
- Creatura della mitologia norrena:
Nella mitologia norrena, l'orco (orc sia in tedesco in inglese, oppure orcus in latino) è un mostro antropomorfo, con connotazioni bestiali e demoniache.
Sia il termine sia la tipica rappresentazione dell'orco nordico derivano dall'orco della mitologia romana,
che pone in esplicita relazione questa figura mostruosa con il mondo degli inferi; ma non è da escludersi che le due figure possano essere contemporanee.
Una relazione più debole esiste invece con l'orco delle fiabe, anch'esso mostruoso e malvagio, ma più simile a un uomo e (in genere) non associato all'inferno o ai suoi abitanti.
- Creatura del folclore e delle fiabe:
Nel folclore e nelle fiabe dei Paesi europei, specialmente in Italia e in Francia, gli orchi sono mostri antropomorfi giganteschi e crudeli, che solitamente si nutrono di carne umana.
L'orco del folclore è correlato a quello della mitologia germanica; non sempre è possibile distinguere chiaramente queste due figure,
sebbene l'orco della mitologia sia in generale un essere descritto come più simile a una bestia o a un demone.
Più peculiari invece sono le anguane,
che anche Wikipedia dichiara essere tipiche della mitologia alpina, tranne poi associarle alle ninfe e, molto curiosamente,
ad "alcune creature acquatiche e femminili che poi diedero il nome alle isole Cicladi", affermazione che mi sembra senza alcun riferimento nella pagina, ma potrei sbagliarmi.
Probabilmente il riferimento sottinteso è alle naiadi.
Francamente leggendo i racconti riportati faccio fatica a trovare differenze tra le anguane e le fade, e ho la netta impressione che talvolta siano sovrapponibili, o sovrapposte.
La caratteristica forse più specifica delle anguane, e che non mi sembra condivisa dalle fade, è la voce: ancor oggi in dialetto per dire che una persona grida parecchio,
si dice che "el/la siga come un'anguana" ("urla come un'anguana").
Un'altra figura peculiare è il salvanèl,
che Wikipedia posiziona non correttamente solo in Trentino e nelle Dolomiti.
A mio avviso è non corretta, o quantomeno discutibile, anche l'associazione proposta con
Òm selvàdeg, l'uomo selvatico,
che a sua volta si potrebbe associare al Green Man,
o Grüner Mann nella tradizione tedesca.
Il Salvanèl è un folletto, è dispettoso, in certi casi molto pericoloso, ma rientra a pieno titolo nella categoria dei folletti,
dei quali possiamo trovare tracce in tutta Europa, ma che non coincidono con l'uomo selvatico.
Infine (ma ce ne sarebbero ancora) segnalo le "Sealagan laute", traducibile dal cimbro come "Genti beate", di cui non trovo traccia su Wikipedia.
Questi esseri vivono nei boschi e non è salutare incappare in loro, ma compaiono in paese con una macabra processione la notte di ognissanti
(si vabbè: possiamo chiamarla Halloween) facendosi luce con torce che si rivelano essere arti umani che stanno bruciando.
Attilio Benetti
Val la pena di soffermarsi un attimo sull'autore del primo libro.
Normalmente quando un libro ancora prima di iniziare contiene una prefazione, una presentazione e una premessa per conto mio parte male.
In realtà in questo caso l'unica ad essere un po' formale è la prefazione, perché già la successiva presentazione di Ezio Bonomi qualcosa di interessante ce lo dice,
e cioè ci racconta chi era Attilio Benetti, che purtroppo non ha una pagina su Wikipedia anche se a mio avviso dovrebbe esserci.
Pur senza lauree, questo signore era un appassionato di geopaleontologia e si è speso in prima persona per la creazione di un piccolo
museo geopaleontologico
che è a ridosso del
Covolo di Camposilvano.
A casa sua si incontrava spesso con studiosi da tutta Europa, e ha lavorato personalmente a pubblicazioni di stampo scientifico.
Dato che la geologia e la paleontologia mi appassionano quanto il calcio (cioè quasi niente), il suo lavoro più importante per quello che mi riguarda è esattamente questo libro.
E non è poco: il lavoro antropologico di raccolta di queste leggende è fondamentale, perché si tratta di tradizioni orali che altrimenti sarebbero andate perse.
Dalla presentazione si evince che questa raccolta è stata fatta perché Attilio Benetti, prima di qualsiasi altra cosa, era un vero amante del suo territorio: la Lessinia.
In questo paragonerei la sua importanza a "La terra del rimorso" di Ernesto De Martino, che ha qui saputo raccogliere in prima persona le ultime testimonianze del tarantismo.
Certamente altri hanno raccolto del materiale, ma Attilio Benetti è stato a sua volta un testimone di quegli ultimi filò in cui si narravano queste storie,
e che sono terminati di fatto con l'avvento della televisione.
I filò
Quasi come una continuazione della "premessa" dell'autore, il primo capitolo ci inquadra il contesto di queste storie: il filò.
Questo era il radunarsi alla sera degli abitanti della contrada in una stalla, ovviamente di proprietà privata, che per l'occasione però diventava un locale pubblico aperto a tutti.
E questo "tutti" poteva comprendere anche giovani che arrivavano da distante, che arrivavano a piedi anche da una decina di chilometri per poter partecipare se ...
c'era la presenza di qualche bella ragazza, che da sempre "tira più di carro di buoi", come si suol dire ancora oggi.
Il perché della stalla era dato dal riscaldamento gratuito, ovvero il fiato degli animali.
Le donne lavoravano, da cui il nome "filò", da "filare", mentre gli uomini giocavano a carte o a dama, oppure raccontavano storie.
La biblioteca delle stalle non era affatto di basso livello: si va dal "Bertoldo" del Croce
(qui ne parlo
a proposito della versione in padovano) alla "Gerusalemme liberata" del Tasso
e a "L'Orlando furioso" dell'Ariosto,
poemi che qualcuno sapeva recitare anche a memoria.
E a questo proposito vorrei far notare come in "Addio" di Guccini troviamo la stessa situazione, seppur in altre montagne, cioè gli Appennini:
"Io, figlio d'una casalinga e di un impiegato, / cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna / che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia".
Lo spartiacque
In tutte queste leggende c'è un momento storico preciso in cui il comportamento di questi esseri è cambiato radicalmente da amichevole e collaborativo con gli esseri umani,
ad ostile e demoniaco. Questo momento storico è il Concilio di Trento,
o più precisamente il passaggio di San Carlo Borromeo dalla Lessinia per andare al Concilio di Trento.
Wikipedia ci dice che:
"Nipote di papa Pio IV [...] fu da lui nominato cardinale e segretario privato quando aveva poco più di vent'anni.
In tale veste il giovane Carlo partecipò ai lavori del Concilio di Trento, divenendone protagonista proprio nel periodo conclusivo".
Eppure verso la presenza fisica di San Carlo ai lavori del Concilio di Trento, il Benetti si dimostra scettico, anche se la sua presenza accertata avvalorerebbe un po' di più le leggende:
Per quello che io so non vi sono documenti che attestino la presenza fisica di S. Carlo Borromeo al Concilio di Trento, ma se domandate agli abitanti di Camposilvano essi vi diranno che non solo andò al Concilio ma anche che per recarvisi, passò dalla loro Contrada.
Se la presenza di San Carlo al Concilio, anche in assenza di documenti, sarebbe stata più che probabile dato che fu uno dei promotori del Concilio stesso,
il passaggio dalla Lessinia, con notevole allungamento del percorso, appare più che improbabile, assurdo.
Eppure la leggenda ci spiega chiaramente il perché di quest'anomalia: il santo aveva avuto notizia (in un poliziesco si direbbe una "soffiata")
che il diavolo stesso gli stava tendendo un agguato sapendo che sarebbe passato dalla Val d'Adige, quindi decise di passare dalla Lessinia.
Grazie a questa provvidenziale deviazione il santo poté apprendere che gli abitanti della Lessinia erano perseguitati da questi esseri,
così promise loro che arrivato al Concilio avrebbe chiesto di porre rimedio.
Avrebbe chiesto una sorta di "esorcismo territoriale", cosa resa possibile dal gran numero di prelati presenti a Trento.
Ovviamente la cosa col senno di poi va interpretata: questi esseri erano un retaggio del paganesimo che era sopravvissuto in lande piuttosto isolate,
così il Concilio di Trento oltre ad occuparsi dei luterani trovò anche il tempo di stroncare le ultime tracce di paganesimo presenti in zona.
Alcuni esempi
Comincerei senz'altro dalla Valsquaranto, la valle simbolo di questo sito che prende il nome dal "progno" (torrente) omonimo.
Nel punto più a nord della valle raggiungibile in auto, troviamo anche l'omonima contrada, Squaranto appunto;
da lì in poi si può proseguire per la valle, ma a piedi.
La contrada di Squaranto è dominata dalla "caseta delle fade", che è
una casetta costruita nello "scanso" (incavo, nicchia termoclastica) di una roccia molto alta sopra la valle di Squaranto.
Si racconta che quella casa fosse stata costruita dagli abitanti della contrada Squaranto per difendersi durante la notte dagli animali feroci.
Col passare del tempo quella casa venne abitata da quattro "fade", le quali, ogni mattina all'alba andavano nelle famiglie di Squaranto per chiedere agli abitanti se avessero lavoro da sbrigare.
I contadini non sapendo cosa dar loro da fare, le davano la lana delle pecore nere, che allora era poco pregiata, e davano loro l'ordine di andare a "Regosse",
che è una sorgente nella vallata di Squaranto, e lavarla finché diventava bianca.
Ogni sera al tramonto tornavano con la lana bianca, e i contadini meravigliati, una mattina pensarono di seguirle, per vedere come potessero fare una cosa simile.
Arrivati alla sorgente videro che le "fade" prendevano la bacchetta magica e la lana diventava bianca.
Altri tempi: nella modernità la bacchetta magica l'hanno presa gli inglesi che si sono inventati il colore "fumo di londra" ottenuto direttamente dalla lana delle pecore nere,
che a quel punto è diventata più preziosa della bianca.
Aspetti tintoriali a parte, questo è l'esempio perfetto di come le fade, ma anche le anguane, collaboravano armoniosamente con gli abitanti della Lessinia prima del Concilio di Trento.
Una storia di confine invece tra il buono e il cattivo è quella, peraltro molto celebre e riportata anche in un'altra versione, della fada Aissa Màissa.
La vicenda parte dai covoli di Velo, e prima di addentrarsi nella storia il buon Benetti si addentra nei covoli spiegandoci come molte leggende siano nate da lì.
Queste grotte misteriose, profonde e articolate, hanno dato adito a molte leggende,
anche quando il malcapitato montanaro di turno perso e poi ritrovato giurava che di essere misteriosi non ne aveva visti:
"Certamente queste grotte di cui non si conosceva lo sviluppo e dalle quali si estraevano perfino le "Bestie de 'l Diluvio Universale" [resti fossili della fauna pleistocenica],
con le loro occhiaie nere e visibili da lontano, suscitavano un senso di mistero".
In questo contesto troviamo la storia della nostra fada che una notte dopo aver steso il bucato (e il bucato le fade lo stendevano cu una corda stesa da una cima all'altra dei monti),
si mise vicino ad un sentiero a riposare. C'era anche un giovane montanaro che passava da lì dopo esser stato dalla fidanzata.
Quando vide la fada restò impietrito dalla paura.
Vedendo questo, Aissa Màissa con i suoi incantesimi riuscì a togliergli ogni paura e farlo rimanere lì fino all'ora in cui i vaccari si alzavano per governare il bestiame,
dopo di che si lasciarono non senza essersi dati appuntamento per il prossimo plenilunio.
La leggenda non dice per quanti pleniluni si incontrarono i due innamorati, dice solo che un giorno le fade che coabitavano con Aissa Màissa si accorsero che ella aspettava un bambino.
[...] Quando diede alla luce un bambino, questo le fu subito tolto, mentre ella fu cacciata dai covoli.
Del bambino si prese cura un orco buono che con la forza impedì che le fade lo strangolassero e lo chiamò Trolge Molge.
La storia finisce tragicamente purtroppo. Aissa Màissa saputo che il bambino era vivo, trovò lavoro travestendosi da donna presso una famiglia della contrada Mùlvese (dal medio alto tedesco "mul" = mulino e "wisa" = prato) facendosi benvolere, finché un giorno un cavaliere passando davanti ai covoli sentì una voce non umana che gli disse:
O Manismando, da quel caval bianco, quando te passi dalla Mùlvese, olta rento e dighe a l'Aissa Màissa che Trolge Molge l'è morto.
(O Manismando, da quel cavallo bianco, quando passi dalla contrada Mùlvese, entra e dì all'Aissa Màissa che Trolge Molge è morto).
Quando la fada ricevette il messaggio emise "un grido di dolore così forte che spense il lumicino ad olio che rischiarava la stanza,
l'abitazione tremò tutta come se vi fosse il terremoto, mentre i presenti caddero a terra come se fossero stati colpiti da una folgore".
Poi prese il cavallo di Manismaldo e sparì in direzione dei covoli e nessuno la vide più.
Da appassionato di Charles Fort
non posso fare a meno di notare come queste reazioni abbiano qualcosa di singolare, non sembra una semplice descrizione di dolore esagerato,
ma una vera e propria manifestazione di qualcosa di non naturale.
Forse qualcuno ha inconsapevolmente arricchito il racconto con reminiscenze bibliche come ad esempio per Apocalisse 11:15-19:
"Poi il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo si alzarono voci potenti, che dicevano: «Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo ed egli regnerà nei secoli dei secoli».
[...] Allora il tempio di Dio che è in cielo si aprì e nel suo tempio apparve l'arca del suo patto. Vi furono lampi, voci, tuoni, un terremoto e una forte grandinata".
Anche nella storia de "I quattro fratelli della Spiuga del Lazze" troviamo qualcosa di analogo, durante la consumazione del delitto:
Le due vittime designate fecero così in tempo ad aggrapparsi alle vesti dei loro assassini e tutti e quattro precipitarono insieme nella paurosa voragine.
Nel cadere emisero un grido così forte che fu udito dagli abitanti delle contrade del vajo.
Contemporaneamente accaddero dei fatti che impaurirono la gente: un forte vento uscì dalla voragine e con le sue raffiche impetuose, sradicò alcuni grossi alberi,
tra i quali anche il Fò de i afari, scoperchiò alcune case abitate da persone che avevano litigato nel dividersi le sostanze, portando ovunque un gran spavento.
Dal Monte Purga inoltre si staccarono grossi massi di roccia che, dopo aver rotolato per un breve tratto,
rimasero in bilico e sono tutt'ora visibili sul fianco settentrionale del monte e le fontane versarono per alcuni giorni acqua del colore del sangue.
Come si può vedere ci sono molti elementi "forteani", mi si consenta il termine.
Ne troviamo altri ancora in storie come ad esempio -Il montanaro prigioniero delle "fade"-, -La "Calamita"- e -Le "fade" del Monte Sabbionara-
nelle quali si parla di rapimenti di montanari da parte di questi esseri.
Se in questi racconti sostituiamo le grotte con delle astronavi e le fade/anguane con extraterrestri possiamo trovare notevoli analogie.
Orchi anguane e fade in grotte e caverne
Pur facendo molti riferimenti al precedente libro, questo è qualcosa di sostanzialmente diverso:
si tratta esattamente degli "Atti del convegno sull'immaginario popolare e grotte delle Venezie organizzato dal Club Speleologico "Proteo" di Vicenza presso l'Eremo di San Cassiano
nei Colli Berici nei giorni 12 e 13 ottobre 1991".
Quindi il punto di partenza non è quello di appassionati di cultura cimbra o più in generale di folklore, ma è quello di appassionati di speleologia.
Nonostante questo possa far temere uno scivolamento verso argomenti più geologici e speleologici,
obbiettivamente il libro è assolutamente attinente al titolo. L'unica concessione alla speleologia, ma comunque assolutamente pertinente all'argomento,
è l'elenco delle grotte, sia censite che non censite, che hanno un toponimo attinente alla tradizione popolare in questione
(Buso delle Anguane, Grotta delle Strie, Bus delle Fade, Zeleghen Baiblen, eccetera).
Per ricollegarci al libro precedente diciamo che tra i vari interventi c'è sia quello dell'autore Attilio Benetti, che quello di Ezio Bonomi che ne ha curato la presentazione.
Inevitabilmente anche in questa occasione ripropongono quanto già esposto nel precedente libro dieci anni prima,
ma qui a mio avviso lo fanno in forma più ufficiale, meno amichevolmente discorsiva e più tecnica.
Enrico Gleria del Club Speleologico Proteo, a cui dobbiamo l'elenco delle grotte con i toponimi di cui sopra, introduce invece qualche concetto in più:
La grotta è presente in molti miti di origine, di rinascita e di iniziazione, come archetipo dell'utero materno e come tale si identifica col femminile.
Associata alla sorgente e all'acqua, mezzo di purificazione e di rigenerazione, la grotta assume un carattere sacro ricorrente perché da essa sgorga l'energia
che alimenta la vita di ogni organismo.
La tradizione nordica ha quindi sempre popolato le grotte di personaggi femminili (sacerdotesse, sibille, maghe druidiche, ecc.)
che sono state demonizzate e trasformate in streghe solo in un secondo tempo per l'influenza cristiana, che ebbe buon gioco nell'attribuire loro poteri diabolici
e quindi tutte le connotazioni negative del potere sovrannaturale.
[...] Le anguane ancor più che le strie, abitano le grotte e le cavità risorgenti e sono strettamente connesse con le acque [...].
Sono affini e spesso si confondono con le ondine delle saghe germaniche o con le ninfe di quelle greco-romane. [...]
Fate delle acque, generalmente malefiche, si offrono di condurre ingenui viandanti attraverso paludi e foreste immerse nella nebbia per poi sperderli ed annegarli;
Le anguane attraggono l'uomo irresistibilmente mentre passa accanto al lago dove vivono e poi lo trasportano nel loro regno,
fuori dal tempo dei mortali, da dove non può più sfuggire.
Altri elementi aggiuntivi, Gleria ce li dà poi sulle Sealagan Laute o Hoalagan Laute (Seilgen Waiblen nei sette comuni vicentini) ovvero le Genti beate:
Per le popolazioni cimbre della Lessinia esse erano creature selvagge vestite di scorza d'abete senza fede o legge, capaci quindi di qualsiasi azione malvagia. Particolarmente macabra è la caccia che praticavano nei loro boschi le Genti beate; lo smembramento della vittima umana seguiva un copione conosciuto anche nella tradizione germanica: a Selva di Progno invece di una coscia si parlava di una "mezza donna". Lo smembramento rituale compare anche nella processione notturna che le "Genti Beate" usavano fare in carnevale discendendo dalla montagna tenendo ciascuna una torcia accesa costituita da un arto umano.
Ma, aggiungo io, lo smembramento rituale non è solo nordico: pensiamo ad Osiride smembrato da Seth e poi ricomposto da Iside,
oppure ad Esone smembrato da Medea.
Il tema della caccia notturna poi richiama molto quello, sempre nordico, della
caccia selvaggia,
ma questo argomento confido di approfondirlo meglio in futuro.
Già col libro precedente, ma ancor più con questo, vediamo sdoganare quelle che potrebbero sembrare favolette da filò,
e che invece se analizzate bene mostrano un loro retaggio tradizionale, un loro senso più profondo, religioso.
Il suono
Un elemento che seppur segnalato mi sembra un po' trascurato è il suono.
Questo è non solo il tratto che più contraddistingue le anguane, ma lo abbiamo visto sopra ritorna anche in eventi catastrofici.
La fada Aissa Màissa emise "un grido di dolore così forte che spense il lumicino ad olio che rischiarava la stanza", ne "I quattro fratelli" troviamo che
"nel cadere emisero un grido così forte che fu udito dagli abitanti delle contrade del vajo. Contemporaneamente accaddero dei fatti che impaurirono la gente".
Nei miti classici oltre all'ovvia analogia con le sirene, troviamo anche Orfeo:
"il suo canto e la sua musica non solo affascinavano gli esseri umani, ma avevano il potere di ammansire le belve feroci, deviare il corso dei fiumi e persino muovere le rocce e le piante dalle loro radici".
Nell'ambito cristiano poi gli esempi si sprecano, ma val la pena di ricordare l'incipit del Vangelo di Giovanni:
"Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. / Essa era nel principio con Dio. / Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta".
La creazione dunque non è partita da una luce, ma dal "logos", un suono.
E in questo contesto chiuderei la pagina con la più antica citazione scritta in cui si citano le anguane, quella di Frate Jakomin da Verona (Giacomino da Verona) nel "De Ierusalem celesti"
Li virgini santissimi, quella amirabel schera,
davançi Iesù Cristo tutora è ’mpremera,
e sovra li altri tuti sì porta la bandera
d’onor e de belleça cun resplendente clera,
cantando una cancon k’è de tanto conforto
ke l’om ke la pò oldir çamai no temo morto,
laudando el Creator omnipotent e forto
ke li à conduti en celo a tanto segur porto.
[...]
E ben ve digo ancora en ver, sença bosia,
ke, quant a le soe voxe, el befe ve paria
oldir cera né rota, organ né simphonia,
né sirena né aiguana né altra consa ke sia:
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