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Ultimo aggiornamento: 08 Novembre 2025 (Brumaire - Dentelaire)

Ci si mette autonomamente da parte quando
ci si accorge di essere esattamente come gli altri
e di non avere quindi alcuna necessità
di scambiare le proprie esperienze.
Gli altri non se ne accorgono.
Non si rendono conto di come sia il nulla
a cementare le loro relazioni.
Non sono dunque un asociale.
Voglio solo coltivare da solo il mio niente.
Senza condividerlo.

(Capitolo "006")









Quel piccolo isolazionista di Labranca (che ci manca tanto)

Una copia con dedica - Chiunque releghi l'arte negli angoli silenziosi della vita è un imbecille - Tra saggio e diario - Gli ittioantropi - Dal paradiso alla morte passando da Beethoven - Non politica ma buonsenso

Una copia con dedica

Secondo me ci sono tre tipi di libri autografati:
- Quelli dove devi far la coda con la tua copia in mano per avere una firma, e questo vale per gli autori famosi
- Quelli dove per non farti fare la dedica hai cercato di scappare ma non ci sei riuscito, e questo vale per tutte le fiere di microeditoria, quelle dove c'è un signore che gonfiandosi il petto esclama "io sono l'AUTORE"
- Quelli dove c'è l'incastro giusto: trovi l'autore famoso nel posto giusto, al momento giusto e "casualmente" hai una copia del suo libro in mano.
Ebbene questa dedica cade nella terza categoria.
Sono andato alla presentazione del libro "Orgasmo song" di Fabio Casagrande Napolin, e sapendo che la presentazione sarebbe stata tenuta da Tommaso Labranca, mi sono caricato nello zainetto una buona parte (non tutti, ma solo per questioni di peso) dei suoi libri per farli firmare. Gli ho chiesto se per piacere me ne firmava anche solo un paio, ma lui vedendomi tirare fuori quel pacco di tomi si è commosso: "Tutti. Li firmo tutti: sei andato in giro tutto il giorno con quel peso sulle spalle, è il minimo che possa fare".
Alcune dediche sono divertenti ma impubblicabili in rete (non vorrei che qualche casa editrice mi facesse causa), ma questa dedica nella fattispecie credo sia molto interessante anche dal punto di vista storico-biografico, perché da qui emerge chiaramente che "Il piccolo isolazionista" è l'opera di cui andava più orgoglioso: "Questo è il mio preferito". E se l'ha scritto lui, penso che si possa catalogare come il suo libro più bello.

Chiunque releghi l'arte negli angoli silenziosi della vita è un imbecille

Non ho mai fatto un titolo di paragrafo così lungo, ma a mia discolpa posso dire che è una perfetta sintesi non solo del libro, ma di tutto il pensiero di Labranca.
Ovviamente si tratta di una citazione dal libro stesso (pagina 22).
Le opere di Labranca le definirei "di lotta e di avanguardia" (non ho scritto "di lotta e di governo" che è una citazione che lo farebbe rivoltare nella tomba). Di lotta perché per lui non esiste un'arte o una cultura "alta" e un'altra "popolare". Chi sostiene questa tesi è un'imbecille perenne obiettivo di derisione: in tutti i suoi libri ci sono passaggi di altissima ironia contro questa categoria di persone che potremmo suddividere in due: da una parte dei rappresentanti di una classe un po' più acculturata (ma spesso parecchio ignorante) che si sono autoreclusi in una gabbia che considerano dorata, certificata, e dall'altra parte degli ignoranti in purezza che si atteggiano ad esperti.

In realtà l'intera categoria soffre molto pesantemente dell' effetto Dunning-Kruger: "L'effetto Dunning-Kruger (EDK) è una distorsione cognitiva nella quale individui poco esperti e poco competenti in un campo tendono a sovrastimare la propria preparazione giudicandola, a torto, superiore alla media". Però a voler essere più precisi i due psicologi, David Dunning e Justin Kruger, hanno descritto una curva che in teoria può essere percorsa per intero.
C'è un primo passaggio per cui l'incompetente a seguito di una prima acquisizione di rudimenti (potrebbero essere due accordi su uno strumento musicale, qualche formula in Excel o il classico programmino "Hello word" fatto col tutorial in un qualsiasi linguaggio) si trova all'improvviso sul "Peak of Mount Stupid", sul picco del monte della stupidità. Poi però se oltre a vantarsi vuole anche mettere in gioco le proprie competenze, precipita nella "Valley of Dispair", la valle della disperazione. E se da qui riesce a motivarsi e a proseguire per la "Way to Enlightenment", la via dell'illuminazione, della conoscenza, arriva nel "Plateau of Sustinability", nell'altopiano della sostenibilità, che è decisamente più basso del picco della stupidità, ma è consolidato: si sa socraticamente di non sapere, ma tutto sommato si riesce ad auto valutarsi un po' più correttamente.

Per capire quest'ultimo passaggio prendiamo come esempio lo stesso Labranca: come mi disse una volta, per vivere faceva traduzioni, l'arte e l'editoria gli fruttavano poco. Era poliglotta e nelle lingue che conosceva era ad alto livello, ma quando si avventurava in lingue che non conosceva bene, cioè ad un livello in cui uno stupido si sarebbe vantato parecchio, documentava le sue affermazioni, le giustificava spiegando come ci era arrivato.
Per tornare ab ovo alla citazione iniziale, inquadriamo il discorso: l'autore ci accompagna di notte, per le più anonime e (apparentemente) squallide strade di periferia (bellissima la galleria fotografica nel mezzo del libro, con gli scatti di Italo De Marco: ne riporto qualcuno in fondo alla pagina). Sono strade nei pressi di Milano, ma che potrebbero essere in qualsiasi altra parte del mondo.
In questo contesto di quiete creativa per l'autore, ma che sarebbe di horror vacui per gli imbecilli, il Labranca di lotta, lascia lo spazio al Labranca creativo, un uomo del 2006 che non appartenendo a epoche iconiche per l'arte, fa quello che deve fare un artista: si proietta in avanti con l'avanguardia, con quella sperimentazione che Nietzsche giudicava come unica via non solo per l'arte, ma per la vita stessa.

Di notte, a tutti gli animi elevati viene in mente la poesia. Anzi, si può usare proprio questa tensione come tornasole dell'imbecillità. Se qualcuno lega il silenzio della notte a Pascoli e Leopardi e non riesce a trovare link poetici nel frastuono della vita diurna, si può essere sicuri: è un imbecille.
Chiunque releghi l'arte negli angoli silenziosi della vita è un imbecille. Le reti televisive che relegano le trasmissioni di libri e musica classica nel silenzio della notte o della domenica mattina sono imbecilli.

Come si può capire lui non nega l'arte "classica" (qualsiasi cosa voglia dire questa definizione), non rifiuta la cultura "classica", ma ingloba. Non relega ad ore particolare arte e cultura, ma unisce.

Tra saggio e diario

Sostanzialmente si tratta di un saggio, dove coerentemente Labranca affronta la questione dell'arte, come dicevo senza un "sopra" ed un "sotto", ma pur sempre con la consapevolezza che la massa segue pigramente un pensiero dominante, o meglio un non-pensiero dove non bisogna scervellarsi troppo ma seguire pigramente il gregge seppur con qualche sfumatura.
Però Labranca non è un semplice sociologo, musicologo o critico d'arte: è lui stesso un creativo, per cui il libro non è un saggio alla Barthes, ma una sorta di diario dove le riflessioni vengono contestualizzate nello spazio e nel tempo. Lo spazio è quello della sua cameretta e quello di un viaggio in auto al termine del mondo fisico labranchiano (labranchese?), ovvero la periferia di Milano verso il varesotto. Il tempo è quello notturno. Avrebbe potuto essere diurno coerentemente a quel non voler relegare l'arte di cui sopra, ma la notte gli consente di esprimere più poeticamente quello che vuole trasmettere al lettore.
Il libro è diviso in micro capitoli, quelli più lunghi sono di due o tre pagine, numerati con tre cifre compresi gli zeri non significativi. In pratica: "001", "002", ... "0392, eccetera. Chiaramente c'è un riferimento tipicamente informatico dove un alfanumerico di tre cifre che rappresenta un intero si gestisce così a livello di programmazione.
Gli orari sono scritti sempre scrupolosamente come su di un display a sette segmenti strappando sulle prime un sorriso al lettore, o perlomeno a me ha fatto questo effetto.
Entrambe queste due soluzioni, per la numerazione dei capitoli e degli orari, sono un esplicito (anche se non esplicitato) riferimento alla tecnologia, alla modernità. L'artista non ha paura della tecnologia, la affronta coraggiosamente e la sfrutta.
E infatti, come si diceva, il viaggio automobilistico si svolge su strade di periferia, con punte di estasi per le stazioni di servizio, non su paesaggi "antelaminici" come li definisce lui: "Nelle strade satellitari, che sono metafisiche più dei soliti centri storici antelaminici con i portici notturni e deserti, la presenza umana si deduce dentro ogni sacco della spazzatura adagiato sotto i lampioni in attesa del camion di raccolta". il riferimento è a quel paesaggio notturno cittadino dove si possono ammirare i monumenti classici, le sculture medievali dell'Antelami iconicamente assunto a simbolo dell'arte monumentale padana.
Nei suoi libri crea sempre uno o più neologismi, figlio di una metafora, di un'identificazione spesso spiritosa, che poi porta avanti per tutto il libro. Ed è così che dopo i paesaggi antelaminici arriviamo a ...

Gli ittioantropi

Adesso guardo alla mia sinistra e l'unico veicolo che vedo è un'auto con cinque persone stipate come profughi in fuga da una zona di guerra, in realtà cinque disperati che giungono da Gallarate o da Rescaldina o comuni limitrofi e sono qui solo di passaggio e non in fuga. Quello al volante ha raccolto uno dopo l'altro i quattro, salvandoli dal dolore di una solitudine sabatoserotina davanti al Bagaglino, e ora li sta portando in-nessun-luogo-preciso-a-bere-qualcosa, ma ci vanno insieme perché sono dei pesci, degli uomini-pesce, degli ittiantropi e si muovono in banchi.

Buzzati aveva definito il conformismo "una forza tremenda, più potente dell'atomica", e l'esperimento di Asch lo ha poi dimostrato. Labranca lo osserva nella macchina in fianco, come fosse un acquario, e ci fantastica sopra ricostruendo a standard la serata di questi ittiantropi.
Quello che poteva stupirlo, ma niente più lo stupiva, è che dall'autoradio stavano ascoltando un pezzo di Moby, e su questo musicista si dilunga in parallelo con flashback e osservazioni notturne, facendone un'analisi completa, così com'era completa la sua collezione di dischi del musicista newyorchese.

Mi meraviglio un po' che i pesci conoscano Moby, ma non dovrei sorprendermi più di nulla. Io ho incontrato Moby compiendo un percorso contromano. Perché tanti anni fa mi domandavano: "Cosa ascolti?", io dicevo Philip Glass o Lisa Gerrard e ne facevo ascoltare un pezzetto, ma leggevo solo smarrimento sul volto dei miei interlocutori. Poi succedeva che i miei musicisti di nicchia si mettessero a comporre colonne sonore e allora, siccome al cinema ci vanno tutti, anche quelli che hanno orecchie solo per il mainstream e non sanno che c'è vita dopo Jennifer Lopez, le cose cambiavano.

La tentazione di tacciare l'autore di snobismo intellettuale sorge spontanea, ma ben guardare non è così. Labranca può parlare indifferentemente dei Sigur Rós o di Roby Vandalo (emulazione trash di Brian Ferry), andare in estasi per gli Abba o per Morrissey ("Morrissey è l'idolo anti-pop, rappresenta l'ultimo, il più grande e il prodotto più preoccupante di un'era in cui la musica pop era tutto ciò che esisteva"), però quello che cerca costantemente di fare è di aprire nuove strade, oppure di condurre per mano lungo strade apparentemente ben conosciute per mostrare particolari che di solito non si notano. Naturalmente per chi ha voglia di seguirlo.

Dal paradiso alla morte passando da Beethoven

Associo sempre lo humour inglese a P. G. Wodehouse, che con le sue trame arzigogolate parte da una quotidianità quasi normale, per arrivare ad una situazione surreale. Con Labranca si arriva spesso a questo meccanismo.
In questo caso ad esempio parte da alcune considerazioni sulla canzone "Heaven" di Moby, e constata come ci sia intercambiabilità delle canzoni nei suoi album. Può sembrare banale, ma per Beethoven non è così: ogni movimento delle sue sinfonie può essere solo in quella posizione, in quella sinfonia.
Tutte queste considerazioni e altre ancora le fa in auto davanti ad un semaforo e ...

Durante l'ultima meditazione provocata dal ritmo ipnotico di Heaven, mi sono perso a rievocare Beethoven e il giovane pittore delle tele nere e non mi sono accorto che intanto anche la seconda acquariomobile è sparita all'orizzonte, questa volta verso la città, e che sono rimasto solo all'incrocio, fermo per tutto il tempo del verde, e adesso è già giallo, di nuovo rosso e sono le 23:39. Ho perso un'altra serata, un altro semaforo verde, un'altra occasione. Tutto contemporaneamente.

Nel viaggio immobile in quel tempo sospeso che è la notte, in quel luogo-non-luogo rappresentato dalle strade deserte della periferia di Milano, l'autore è dibattuto tra la necessità di elaborare pensieri, crogiolandosi nelle emozioni e nelle piccole scoperte, oppure il produrre allo stato puro, cioè l'atto fisico di scrivere libri.
E in questo dilemma amletico, arriva così alla considerazione sul tema finale per eccellenza: la morte.

Nei punti in cui le autostrade terminano ed entrano in città ci sono insegne luminose con grosse cifre rosse che indicano l'ora e i gradi. Quando le vedo da lontano, rallento e le fisso. Invece di ore e minuti in avanzamento mi pare di vedere il conto alla rovescia del tempo a mia disposizione. Non mi angoscia ravvicinarsi dello zero ineluttabile, quanto lo scempio che sto facendo di quella riserva.

Non politica ma buonsenso

Non voglio riassumere il libro con (indegne) parole mie: questo libro va letto, quindi non mi dilungherò oltre. Volevo dare solo un'idea della complessità, della poesia, dell'umorismo, dell'acutezza che pervadono quest'opera forse più delle altre dell'autore. Quindi vorrei chiudere con una bella citazione del capitolo 073 (ormai più che citazioni sembrano furti, ma spero che da lassù Tommaso apprezzi lo sforzo). Ma prima è meglio chiarire una cosa.

Si potrebbe obiettare che qualsiasi considerazione, qualsiasi analisi in generale che si fa se non è strettamente politica, cioè se non rientra il quell'inutile urlare da tifoseria da stadio che troviamo sui media e sui social, è comunque politica in senso ampio. Inevitabilmente le diverse visioni politiche iniziano laddove ci sono diverse visioni del mondo.
In particolar modo se ci si mette a fare considerazioni sugli immigrati, e in particolare sugli immigrati mussulmani, si rischia di cadere da una parte o dall'altra delle opposte fazioni degli Hooligan che minacciano e insultano in rete.
Come tutti anche Labranca aveva le sue opinioni, ma da come la vedo io:
1) erano personali, non erano di schieramento (cartina tornasole: "io ragiono con la mia testa" è la frase del conformista che necessita di sentirsi facente parte di un gruppo, l'isolazionista non sente di dover specificare l'ovvio)
2) erano colte, erano quelle dell'ultima fase del processo Dunning-Kruger
3) non erano urlate: per definizione l'isolazionista nella sua cameretta non sente il bisogno di urlare.
Un intellettuale è chi sa di non sapere, ma è desideroso di imparare e ha la mente aperta verso tutto, e in questo caso verso le altre culture:

073
Io non ho molta paura di chi mi siede a fianco nel metrò e legge le sure del Corano in un piccolo libro che ha la stessa forma, la stessa copertina nera, la stessa carta, gli stessi inchiostri neri e rossi, gli stessi fregi d'oro, lo stesso segnalibro in raso blu e forse persino lo stesso odore di colonia di un libretto di preghiere a lungo conservato da mia nonna e stampato a Molfetta con imprimatur della Curia locale nel 1930-VIII. Non ho paura nemmeno dell'iraniano che abita nella mia stessa via né di sua moglie che gira perennemente con la testa velata. Mi fanno paura solo le menzogne e l'ignoranza e questa paura determina il mio isolazionismo. La mia asocialità nasce assurdamente dal desiderio di socialità globale e dalla continua negazione di questa aspirazione.

Allora resto a casa, accendo il televisore e cerco di capire come mai i difensori della superiorità occidentale, quelli che installano l'antenna parabolica solo per vedere il calcio sulle pay Tv e non sanno nemmeno quali altri canali sia possibile captare, si credano poi in dovere di metterci in guardia da un nemico che non conoscono nemmeno.

Autore: Tommaso Labranca
Titolo: Il piccolo isolazionista - Prolegomeni ad una metafisica della periferia
Editore: Castelvecchi
Copertina: Brossura
Pagine: 260
Anno di pubblicazione: 2006
Dimensioni: 18,5 × 11,5 cm
ISBN: 88-7615-141-9
Prezzo: 13 Euro

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Foto Italo De Marco
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