| * HOME * | * LIBRI * | * A TUTTA PAGINA * |
Ed io sono l'Africa
io sono un cielo dai voli liberi
tempesta di mare
e dopo nave che non torna più.
(Ivano Fossati, "L'Africa")
Ultimo aggiornamento: 18 Luglio 2026 (Messidor - Chalémie)
Questo piccolo grande libro - Il senso del libro - Dall'inizio alla fine e oltre - Confronti
Questo piccolo grande libro
Si tratta di un catalogo di una
mostra di arte africana
del 2012, che però a mio avviso è fatto così bene che si può considerare una buona sintesi dell'argomento a prescindere dal contesto.
Non c'è l'ISBN, quindi credo che non possa essere distribuito come libro, io l'ho acquistato alla fonte, cioè al
Museo Africano di Verona, in occasione
dell'Africae Festival.
La struttura del libro è semplice: c'è una piccola parte introduttiva per chi, come me, è digiuno sull'argomento,
poi ci sono i commenti per ogni singola opera raggruppati ed introdotti per argomenti, e infine ci sono le immagini della collezione.
Riassunto così non sembra niente di straordinario, ma come vedremo invece la capacità di sintesi e di collegamento rende questo libretto prezioso.
O perlomeno è prezioso per me che quel poco che conosco riguarda soprattutto la cultura Yoruba
Yoruba
e per via indiretta, cioè in quanto origine del
Candomblé brasiliano.
Il senso del libro
Tutti i testi sono di Fabrizio Corsi, che è anche il proprietario della collezione, tranne che per la presentazione, giustamente dovuta,
del direttore del Museo Africano Giuseppe Cavallini.
A quest'ultimo, ma più in generale al museo, ma ancor più in generale ai comboniani, dobbiamo fare tanto di cappello per l'ampiezza di vedute
(alla faccia di chi crede ancora che il cattolicesimo sia una religione oscurantista).
Non dovrebbe esistere, soprattutto in quest'ultimo ultimo secolo, una sorta "concorrenza religiosa":
tutto ciò che va verso il sacro è altamente rispettabile, e almeno in parte condivisibile senza fare del sincretismo.
E in questo caso l'arte come espressione dell'animismo africano merita di essere non solo esposta, ma anche studiata e capita.
Il vero nemico non sono le altre religioni, e anche in questo mi sembra che Corsi abbia sintetizzato mirabilmente il concetto già dalle prime righe del primo capitolo:
Da molto tempo l'Occidente ha abbandonato il mito: abbiamo l'impressione che la ragione ci fornisca tutte le risposte; e quando non è in grado di farlo (il bene e il male, la vita e la morte e le altre domande davvero fondamentali), educatamente voltiamo le spalle, come se la questione non ci riguardasse. La verità è che manchiamo di un grande progetto esistenziale, di una visione che ci trascini verso una vita più ampia, un nucleo di idee che ci facciano vibrare favorendo una nuova crescita. [...] viviamo come accattoni, la sera facciamo il computo della giornata contando la moneta incamerata, mentre i nostri figli formulano nuovi miti: diventare campioni di atletica o principesse del rock.
La visione che attraverso la spiegazione si spalanca dietro ogni maschera o statua della collezione, è completamente diversa da questa visione occidentale.
Si tratta di un mondo ricco, completo, sacro; un mondo che ha rispetto ma non paura della morte.
La cosa che per me è stata un po' inaspettata è lo scoprire che per quanto sia ampia l'area considerata, ovvero l'Africa subsahariana,
per quanto siano varie le popolazioni coinvolte, la mitologia, le credenze e l'arte stessa che le interpreta sono molto simili.
Dall'inizio alla fine e oltre
C'è una sequenza perfettamente logica nella successione dei
capitoli: si parte dal verbo che ha creato la materia sotto la guida della Grande Madre,
e da quel suono, da quell'immensa armonia, dopo i primi animali si generano i primi abitanti del mondo.
Dalla genesi dell'umanità si passa ad analizzare la famiglia e quindi la donna e poi i bambini.
Prima di passare dal bambino all'uomo, c'è un capitolo dedicato alle iniziazioni: questi riti di passaggio sono essenziali,
non si diventa uomini solo per motivi anagrafici.
La fase discendente è intuibile: la malattia, la vecchiaia e infine la morte. Nel capitolo della morte troviamo una particolare attenzione agli antenati,
che si ritroveranno dopo la morte.
Un paragrafo introduttivo in ogni capitolo inquadra l'argomento che si sta affrontando, poi singoli paragrafi numerati rimandano alle corrispondenti foto presenti nella seconda parte.
Non voglio fare un riassunto della sintesi, che per quanto fatta bene sarà sempre manchevole, ma un'idea a campione mi piacerebbe darla.
Consideriamo ad esempio la maschera della
"Grande Madre"
della Repubblica Democratica del Congo:
quella che può sembrare una bizzarra creazione alla Duchamp in realtà è densa di significati.
C'è un’originale arpa-liuto che sorge sulla testa, e all'estremità dei bracci sono scolpiti due visi, forse gli antenati dell'etnia.
A questo punto possiamo capire che lo strumento musicale è simbolo del verbo, del suono che ha creato la materia.
Le orecchie hanno forma circolare come simbolo dell'infinito e il naso peloso allude alla componente maschile.
Dopo un'interpretazione dell'opera seguono puntuali delle note tecniche sulla fattura, la provenienza e la datazione,
spesso incerte per la stessa ammissione dell'autore. In questo caso ad esempio la datazione è stimata più di ottant'anni,
mentre i materiali che la compongono sono particolarmente articolati: legno, cuoio, pelle di capra, rame e ottone.
Aggiungo io che rispetto alle altre opere questa ricchezza di materiali è abbastanza inusuale.
Un altro esempio piuttosto denso è la statua yoruba
"olumeye",
termine che significa "colei che conosce l'amore", segno di ammirazione di questa popolazione verso le donne.
La donna regge una coppa, segno del "vuoto" del sesso femminile, e su questa coppa sono rappresentati un uomo e una donna che si accoppiano:
l'intera rappresentazione allude o, forse meglio, inneggia alla fertilità.
Anche se Corsi non è sicuro dell'uso, sulla destinazione dell'opera che potrebbe essere stata legata a riti legati alla divinazione,
o a qualcosa di più pratico come "oggetto di prestigio per offrire noci di cola",
sulla datazione è abbastanza sicuro: un'ottantina d'anni.
Non proseguo con gli esempi, spero di aver reso l'idea.
Un consiglio spassionato da parte mia è quello di guardare le immagini senza leggere il testo, cercando di memorizzare gli spunti che queste possono offrire.
Poi in un secondo momento approfondire il testo riguardando l'immagine e vedere che effetto diverso può fare guardandola accompagnati dall'interpretazione dell'esperto.
Confronti
Fabrizio Corsi dimostra di essere un conoscitore non solo di arte africana, ma anche di arte contemporanea; cosa non da poco perché quando qualcuno si specializza su un argomento tende a concentrarsi solo su quello. Ecco quindi che nelle note tecniche troviamo occasionalmente una similitudine con un artista occidentale, spesso informale, come ad esempio nella figura 21, la Maschera per la fertilità di matrice ogoni (Nigeria):
La scultura dimostra un'ottantina d'anni. Il materiale spalmato sull'opera crea effetti suggestivi che ricordano i Cretti di Burri. Da sempre l'arte africana arricchisce le sculture con i materiali più svariati, godendo di una libertà che gli artisti occidentali hanno raggiunto solo recentemente.
A questo proposito vorrei citare una scena particolarmente significativa nella terza parte della miniserie televisiva
"L'età di Cosimo de' Medici"
di Roberto Rossellini. Siamo in chiesa e c'è una pia donna rapita davanti ad un affresco sacro medievale, e a questa scena assite insieme ad un amico il protagonista della puntata
Leon Battista Alberti.
L'autore del celebre trattato "De pictura", dove sono sancite per la prima volta le regole della prospettiva, irride la povera donna "ignorante":
ella non vedeva la mancanza di proporzioni, di regole realistiche, di quella pittura scientifica che orgogliosamente Alberti decantava come il nuovo progresso dell'arte.
Viceversa Corsi fa giustamente presente che di quest'inutile fardello, l'arte occidentale è riuscita a liberarsi solo nell'ultimo secolo o poco più,
per poi ritrovarsi vicino ad un'arte tradizionale che mai aveva abbandonato il retto sentiero.
Un altro esempio è dato dall'immagine successiva, la 22, il casco "makipo":
Si tratta certamente di un'opera datata (ottanta - cento anni). Il concetto dell'arte figurativa espresso da Cézanne - "riprodurre (traiter) la natura per mezzo del cilindro, della sfera, del cono, il tutto disposto in prospettiva" - trova una perfetta realizzazione formale in questa scultura.
Insomma l'artista africano non più né il "primitivo" di Frazer (vedi anche quanto ho riportato in
questa pagina),
né il "buon selvaggio" settecentesco.
L'artista africano è semplicemente un artista come gli altri.
Come arte anche quella africana comunica direttamente con l'osservatore, quindi può affascinare e piacere anche senza capire cosa si sta guardando:
non c'è niente di male, anzi vuol dire che l'opera che si sta guardando è lodevole.
Però se dopo che è piaciuta, si cerca di approfondire, si può scoprire che c'è un mondo, anzi un universo dietro ad ogni maschera o scultura che si guarda.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Autore: Fabrizio Corsi
Titolo: Arte africana: cosmo, umanità ed eterno ritorno
Tipologia: brossura
Dimensioni: 24 X 17 cm
Pagine: 80
Editore: Fondazione Nigrizia / Museo Africano
Anno di pubblicazione: 2012
Prezzo: 5 Euro
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
| * HOME * | * LIBRI * |