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Ultimo aggiornamento: 09 Agosto 2025 (Thermidor - Caprier)
L'elettrodinamica quantistica descrive una Natura assurda
dal punto di vista del buon senso.
Tuttavia è in perfetto accordo con i dati sperimentali.
Mi auguro quindi che riusciate ad accettare la Natura per quello che è: assurda.
The theory of quantum electrodynamics describes Nature
as absurd from the point of view of common sense.
And it agrees fully with experiment.
So I hope you accept Nature as She is — absurd.
(Richard Feynman. "La strana teoria della luce e della materia")
Il lato poco evidenziato - Quasi come ipostasi - Possiamo definirlo ontologico? - La realtà - L'epistemologia - La prosa - L'umorismo - Every man for himself
Il lato poco evidenziato
Quando ho avuto la malaugurata idea di scrivere questa pagina non mi sono ben reso conto di stare per infilarmi in un argomento così vasto e complesso.
Volendo fare una sintesi approssimativa ed ingiusta del pensiero fortiano ci si può limitare a poche righe,
ed è esattamente quello che succede in quasi tutti i testi che parlano di lui, quando va bene,
altrimenti troviamo Fort descritto semplicemente come un collezionista di notizie bizzarre.
Questa tendenza a non prestare particolarmente attenzione alla parte filosofica, con la logica conclusione di un quasi oblio di quanto letto,
dipende a mio avviso dalla peculiare prosa fortiana che analizzerò meglio in seguito.
L'autore sembra procede a braccio, inframmezza considerazioni teoriche a fatti di supporto,
avanza col discorso ma poi ritorna talvolta su concetti già esposti esprimendoli magari in un nuovo modo.
Riprendendo in mano i suoi libri per andare alla ricerca di passaggi che potevo inserire qui,
mi sono ricordato del perché mantengo questo sito Internet: un conto è leggere un libro,
un conto è rileggerlo e un altro ancora è dover riportare il suo contenuto nel modo più possibile sintetico e chiaro.
Insomma, questo sito serve più a me che ai miei venticinque manzoniani lettori (i cui due terzi saranno composti da intelligenze artificiali).
Per chi fosse capitato per caso direttamente su questa pagina senza sapere chi è Charles Hoy Fort,
segnalo che fa parte della sezione fortiana di questo sito,
nella quale come primo intervento
(cronologicamente) racconto un po' di questo favoloso pensatore nonché collezionista di fatti anomali.
Questa pagina può essere considerata un ampliamento di quell'introduzione.
Per una descrizione più tecnica, meno personale, c'è poi sempre la solita
Wikipedia.
Metterò diversi estratti dai libri, e per non appesantire ulteriormente la lettura riporterò la traduzione in italiano
rimandano a piè di pagina i testi originali (basta cliccare sul riferimento libro/capitolo).
Quasi come ipostasi
La visione del tutto in Fort non si discosta da quella dei tre livelli proposta da Platone col Mito della Caverna,
e proseguita da Plotino con le tre
ipostasi.
In senso ascendente in Fort abbiamo:
- Il mondo materiale, la realtà, in cui lo Zeitgeist vorrebbe che la Scienza la facesse da padrona, da unica detentrice della verità.
Anche per lui, come per molti filosofi, la nostra realtà non è un mondo di oggetti, ma un mondo di fenomeni.
- Il "Mare dei Supersargassi": ogni filosofo deve ribattezzare concetti già espressi da altri con nomi nuovi perché, normalmente,
ha qualcosa di sensibilmente diverso, quindi di nuovo, da dire.
Possiamo vedere questo "Mare dei Supersargassi" come l'iperuranio, il mondo delle idee platonico, del quale qui in fondo alla caverna non vediamo che le ombre.
- Dio: su di Lui non si pronuncia molto, cosa corretta dal punto di vista filosofico, e in alcuni passaggi sembra mostrare un certo ateismo,
ma non è così (a mio modesto parere).
Quello di Fort è uno studio fenomenico che vuole arrivare a supporre delle connessioni tra questi diversi piani di realtà.
Non che io intenda qualcosa con qualcosa. La magia quantistica è una dottrina della discontinuità.
Sembra quindi in contrasto con le mie espressioni sulla sillabazione, che sembrano essere nel complesso una filosofia della continuità.
Ma ho indicato che uso la sillabazione anche in un'altra "dimensione".
Concepisco tutti i fenomeni come rappresentanti la continuità in una "dimensione" e come rappresentanti la discontinuità in un'altra "dimensione",
ovvero tutti i fenomeni come interdipendenti e legati tra loro, o continui, e allo stesso tempo così individualizzati che nulla è esattamente uguale a qualcos'altro,
o che tutto è solo, o discontinuo. Concepisco la nostra esistenza come uno stato organico, o essere, che è un individuo,
o che non è correlato a nient'altro, come altre esistenze, nel cosmo, il cui stato di unità si esprime nella continuità dei suoi fenomeni interni,
e il cui stato di individualità, o separazione da tutto il resto nel cosmo, si esprime in una permeazione di tale individualità, o discontinuità, in tutti i suoi fenomeni.
Certo, se la parola cosmo significa universalità organizzata, qui la uso impropriamente.
Per varie ragioni la lascio stare.
("Wild Talents" - Cap.24)
Possiamo definirlo ontologico?
In un XX secolo in cui la filosofia stava cominciando, se non ad arrendersi, ad arrivare a compromessi con una scienza che stava fornendo sempre più risultati pratici,
Fort si posiziona insoddisfatto e scettico verso quest'evoluzione del pensiero.
Il suo obbiettivo è ambizioso, ma è allo stesso tempo realista:
Accetto, personalmente, che possa esserci una Verità Finale, e che essa possa essere raggiungibile,
ma mai in un servizio che sia locale o speciale in una scienza, nazione o mondo.
("New lands" - Cap.37)
Il suo è stato un percorso originale, forse non equiparabile a quello di nessun altro filosofo: non è metaforicamente salito, ma è sceso. In parte sembra inabissarsi nel nichilismo, ma come per Nietzsche si tratta di "nichilismo attivo", ma io lo definirei anche un "finto nichilismo" e questa cosa non deve stupire. Alla base del pensiero fortiano c'è il dubitare di tutto, di tutti e anche di sé stesso ("Non credo a niente che abbia scritto nei miei libri").
Credere in Dio, nel Nulla, in Einstein, una questione di moda.
O che i professori universitari siano manichini, che si vestono con le ultime novità in cui credere e guidano i loro giovani clienti alla moda.
Le mode spesso ritornano, ma per essere popolari si modificano. Potrebbe essere che una dottrina corretta della stregoneria sia la giusta accettazione.
Vieni da me e forse ti renderò elegante.
È possibile ritoccare credenze che ora sono considerate trasandate e riportarle alla moda.
Non concepisco nulla, nella religione, nella scienza o nella filosofia, che sia più che la cosa giusta da indossare, per un po'.
("Wild Talents" - Cap.22)
La ricerca c'è, non è nichilismo puro, neanche quello attivo di Nietzsche che propone di agire attraverso l'atto creativo,
meglio se ripartendo da capo e ignorando tutto il pregresso.
Per lui non c'è un obbiettivo di conoscenza finale, c'è solo l'ultra-uomo che arriverà.
Fort invece cerca una teoria unificante tra le dimensioni, e naturalmente lo fa con ironia, ponendo questa come condizione necessaria.
Tuttavia, sto cercando un'espressione più ampia che razionalizzi tutti noi,
concependo che ciò che chiamiamo irrazionalità è la nostra visione di parti e funzioni estranee a un tutto sottostante;
un qualcosa di sottostante che sta elaborando il suo sviluppo in termini di pianeti, acidi e insetti, fiumi, sindacati e cicloni, politici, isole e astronomi.
Forse concepiamo un nesso profondo in cui tutte le cose, nella nostra esistenza, sono manifestazioni diverse –
lacerate dai suoi uragani e scosse dalle lotte del Lavoro contro il Capitale – e poi, per amore dell'equilibrio, necessitano di allentamenti.
Ha i suoi inganni più rozzi, e alcune scimmie, alcuni preti, filosofi e facoceri non sono altro che scherzi;
Ma gli astronomi sono le ironie dei suoi momenti meno contadini – o la delizia di fingere di sapere se una stella lontana si sta avvicinando o allontanando,
e allo stesso tempo prevedere con esattezza quando una cometa vicina, che si sta allontanando, completerà il suo avvicinamento.
Questa è giocosità cosmica; tali piacevolezze permettono all'Esistenza di sopportare le sue catastrofi. Comete frantumate,
nazioni ammalate e le angosce idrogeniche del sole – e ci devono essere astronomi per il bene del relax.
("New Lands" - Cap.4)
Precisiamo una volta per tutte che la frase "If there is a universal mind, must it be sane?", "Se c'è una mente universale, chi ha detto che deve essere sana?", non è di Charles Fort, ma viene sempre erroneamente attribuita a lui. In realtà la citazione è di Damon Knight.
La realtà
Fort si interroga in più punti dei suoi libri sulla realtà e giunge sempre alla conclusione che pur non essendo solida, certa, non è nemmeno completamente illusoria. Per tutto il mondo fenomenico che ci circonda, giunge alla definizione di quasi-realtà partendo dalla classica domanda cartesiana.
Gran parte dell'argomentazione di questo libro dipenderà dalla nostra accettazione che nulla nella nostra esistenza è reale. Il Tutto può essere Realtà.
Dai suoi fenomeni, può produrre in modo non fenomenico delle realtà-progenie.
Questo non è il nostro argomento attuale. Ma sorge spontanea la domanda: se nulla di fenomenico è reale, tutto ciò che è fenomenico è davvero irreale?
Ma, se accetto che nulla sia reale, nell'esistenza fenomenica, non posso accettare che nulla, in essa, sia davvero irreale.
Quindi la mia accettazione, in accordo con la nostra filosofia generale del trattino, è
che tutte le cose a noi percepibili sono reali-irreali, variando da un estremo all'altro, a seconda di quale possa essere il grado della loro
apparenza di individualità. Se qualcuno ha l'idea di essere un essere reale – e per realtà intendo individualità, o chiamala entità, o non-relazione –
che provi a spiegare perché pensa di esistere, in senso reale.
Ricordiamo il più celebre dei tentativi partenogenetici di realizzare questa dimostrazione:
Penso: dunque sono.
Dobbiamo accettare che, per pensare, il pensatore deve esistere prima del pensiero.
Perché penso?
Perché sono.
Perché sono?
Perché penso.
("Wild Talents" - Cap.15)
Ci deve essere un pensatore quindi, o un sognatore come direbbe David Lynch. Qualcosa di vero ci deve essere ma non possiamo trovare nulla in questa quasi realtà, perché non c'è nulla da trovare, nulla da dimostrare. Ma una ricerca deve esserci da parte del pensatore/sognatore, perché potrebbe essere proprio questa ricerca di una Verità che non si può trovare a trasformare lui stesso in Verità:
Non è possibile definirlo.
Nulla è mai stato scoperto definitivamente.
Perché non c'è nulla di definitivo da scoprire.
È come cercare un ago che nessuno ha mai perso in un pagliaio che non è mai esistito.
-
Ma tutti i tentativi scientifici di scoprire realmente qualcosa, mentre in realtà
non c'è nulla da scoprire, sono essi stessi tentativi di essere realmente qualcosa.
Un cercatore della Verità. Non la troverà mai. Ma la più remota delle possibilità – lui
potrebbe diventare lui stesso la Verità.
Oppure che la scienza è più di una semplice indagine:
che è una pseudo-costruzione, o una quasi-organizzazione: che è un tentativo
di staccarsi e stabilire localmente armonia, stabilità, equilibrio, coerenza,
entità –
la più remota delle possibilità – che possa avere successo.
· · · · · · ·
Che la nostra sia una pseudo-esistenza, e che tutte le apparenze in essa partecipino della sua
essenziale fittizietà –
Ma che alcune apparenze si avvicinano molto di più allo stato positivo
rispetto ad altre.
Concepiamo tutte le "cose" come occupanti gradazioni, o gradini in serie
tra positività e negatività, o realtà e irrealtà: che alcune
cose apparenti siano più coerenti, giuste, belle, unificate, individuali,
armoniose, stabili – di altre.
Non siamo realisti. Non siamo idealisti. Siamo intermedisti – che nulla
è reale, ma che nulla è irreale: che tutti i fenomeni sono approssimazioni
in un modo o nell'altro tra realtà e irrealtà.
Quindi:
che tutta la nostra quasi-esistenza è uno stadio intermedio tra positività
e negatività o realtà e irrealtà.
Come il purgatorio, credo.
("The Book Of The Damned" - Cap.1)
L'epistemologia
Il come si può arrivare alla conoscenza, come effettuare questa ricerca della Verità (che non si può trovare) è il punto rivoluzionario, a mio avviso, del pensiero fortiano.
Tutti, scienziati e filosofi, si sono accaniti a rintracciare le regole,
a basare le proprie elucubrazioni su quella che hanno osservato, ma in realtà inventato, come realtà ideale, di fatto idealizzata, che non esiste.
Fort invece si è concentrato sulle eccezioni.
Piove, nevica, c'è il sole, c'è la nebbia: questo è tutto normale. Piovono pesci, piovono rane, piovono girini (mai rane e girini assieme),
cadono pezzi di ghiaccio da un cielo sereno, limpido, senza aerei. Si vedono delle cose in cielo, cose strane, addirittura una città intera.
Si vedono strani esseri, all'improvviso sparisce l'equipaggio di una nave intera senza spiegazione,
si verificano coincidenze che sono talmente improbabili da essere al limite dell'impossibile.
Questi sono i fatti fortiani, liquidati troppo frettolosamente da una pseudo-scienza di stampo ottocentesco che ha il terrore di accettare un sistema troppo complicato,
che ha il suo idolo in Occam e le sue basi in "fenomeni naturali accertati".
In questo libro, raccolgo alcuni dei dati che ritengo appartengano a coloro che sono stati falsamente e arbitrariamente esclusi.
I dati dei dannati.
Mi sono addentrato nell'oscurità più profonda delle transazioni e dei procedimenti scientifici e filosofici,
ultra-rispettabili, ma coperti dalla polvere del disprezzo. Sono sceso nel giornalismo. Sono tornato con le quasi-anime dei dati perduti.
Marceranno.
("The Book Of The Damned" - Cap.1)
Fort non si schiera contro la scienza, o meglio, contro il metodo scientifico come in assoluto sbagliato. Egli stesso si definisce pragmatico, ma il suo non è il pragmatismo assolutista di
Spinoza:
"Se dunque in natura potesse accadere qualcosa che contraddice le sue leggi universali, ciò contraddirebbe, necessariamente, anche il decreto, l’intelletto e la
natura divina; o ancora, se qualcuno stabilisse che Dio fa qualcosa contro le leggi della natura, costui si troverebbe, ad un tempo,
a stabilire che Dio agisce contro la sua natura; mentre non c’è nulla di più assurdo.[...]
Non si deve dubitare che nella Scrittura si narrino molti miracoli le cui cause si possono facilmente spiegare a partire da principi naturali noti".
Non c'è modo di giudicare i nostri dati. Non ci sono modi, se non arbitrari, di giudicare alcunché. Le Corti d'Appello sono tra le istituzioni umane più attive.
Il pragmatico si rende conto di tutto questo e afferma che non c'è modo di giudicare alcunché se non sulla base del risultato. Io stesso sono un pragmatico,
nella pratica, ma non vedo alcun significato nel pragmatismo come filosofia. Nessuno vuole una filosofia della descrizione, ma vuole una filosofia della guida.
Ma i pragmatici sono più o meno come le guide sulla cima di una montagna, che dicono agli scalatori, che hanno raggiunto la cima, che sono sulla vetta.
"Portami a destinazione", dice un viaggiatore. "Beh, non posso farlo", dice una guida, "ma posso dirtelo quando arrivi lì".
La mia accettazione è che la nostra è un'esistenza organica e che i nostri pensieri
sono i fenomeni delle sue ere, proprio come lo sono le sue rocce, i suoi alberi e le sue forme di vita;
e che penso come penso, principalmente, anche se non in modo assoluto, a causa dell'epoca in cui
vivo. Questa è in gran parte la filosofia dello Zeitgeist, ma quella filosofia,
come di solito delineata, è Assolutismo, e io sto cercando di concepire un programma
di sviluppi predeterminati – anche se non assolutamente predeterminati – in un'esistenza di dimensioni comprensibili, che potrebbe essere solo una tra le schiere di altre
esistenze, in cui le ere programmate corrispondono alla serie di stadi nella
crescita, per esempio, di un embrione. C'è, nelle nostre espressioni, una considerevole traccia della
filosofia di Spinoza, ma Spinoza non concepì alcuno schema entro cui pensare.
("LO!" - Cap.8)
Personalmente trovo diverse affinità con
"La questione della tecnica"
di Heidegger, ma sicuramente gli esperti troverebbero da ridire su questa mia affermazione.
Ma d'altro canto Fort rifiuta anche la spiegazione "occulta" o "soprannaturale":
Ma sono diffidente verso tutta questa saggezza, perché favorisce l'umiltà e la contentezza.
Questi pensieri sono pensieri comunitari e tendono a reprimere l'individuo.
Sono corollari della filosofia meccanicistica, e io rappresento la rivolta contro la filosofia meccanicistica non come qualcosa che si applica a molti,
ma come assoluta.
Tuttavia, con "occulto" o "sovrannaturale" non intendo dire che penso che sia del tutto esemplificato dall'esperienza dei piccioni.
Nella nostra esistenza di legge-illegalità, concepisco due magie: una che rappresenta una legge sconosciuta, e l'altra che esprime l'illegalità –
o che un uomo possa cadere da un tetto e atterrare illeso, a causa della legge antigravitazionale; e che un altro uomo possa cadere da un tetto e atterrare illeso,
come espressione dell'eccezionale, della sfida alla gravitazione, dell'incoerenza universale, della sfida a tutto.
("Wild Talents" - Cap.20)
Quella che sposa in pieno invece è il meccanismo della dialettica hegeliana:
Penso a un'astrazione notata da Aristotele e presa da Hegel come base della sua filosofia:
ovunque ci sia un conflitto tra estremi, si ottiene un risultato che non è una vittoria assoluta da entrambe le parti, ma un compromesso, o ciò che Hegel chiamava
"l'unione dei complementari".
("LO!" - Cap.30)
C'è però di base un grande ostacolo alla conoscenza che passa dalla difficoltà di riconoscere l'omogeneità del "tutto":
I primi esploratori confondono la Florida con Terranova. Ma la confusione è ancora peggiore.
Nasce dalla semplicità. I primi esploratori pensavano che tutte le terre a ovest fossero un'unica terra, l'India:
la consapevolezza di altre terre, oltre all'India, arriva come un processo lento.
Non penso che ora le cose arrivino su questa terra da qualche altro mondo speciale.
Questa era la mia idea quando ho iniziato a raccogliere i nostri dati. O, come è un luogo comune, ogni intelletto inizia con l'illusione di omogeneità.
È uno dei dati di Spencer: vediamo l'omogeneità in tutte le cose lontane, o con cui abbiamo solo una conoscenza superficiale.
Il passaggio dal relativamente omogeneo al relativamente eterogeneo è la filosofia di Spencer – come tutto il resto, cosiddetta:
non che sia stata una vera scoperta di Spencer, ma è stata presa da von Baer, che, a sua volta, era in continuità con le precedenti speculazioni evoluzionistiche.
La nostra espressione è che tutte le cose agiscono per avanzare verso l'omogeneo, o stanno cercando di localizzare l'Omogeneità.
L'omogeneità è un aspetto dell'Universale, in cui è uno stato che non si dissolve in qualcos'altro.
Consideriamo l'omogeneità come un aspetto della positività, ma accettiamo che le infinite frustrazioni dei tentativi di positivizzazione si manifestino in un'infinita eterogeneità:
così che, sebbene le cose cerchino di localizzare l'omogeneità, finiscono per raggiungere un'eterogeneità così grande da equivalere ad una dispersione infinita o indistinguibilità.
("The Book Of The Damned" - Cap.10)
La prosa
Mi rendo conto che questa pagina è diventata un collage di estratti fortiani, dove le mie considerazioni si limitano a fare da collante nel vano tentativo di mettere ordine,
di far fare sistema alla scrittura piuttosto anarchica di Charles Fort.
Però nel fare questo dovrei aver (spero) raggiunto il risultato di dare un'idea della prosa fortiana anche a chi non ha letto i libri in questione.
La prosa di Fort è, a mio avviso, significativa.
Se non si capisse immediatamente di aver a che fare con una persona colta, verrebbe il dubbio di trovarsi di fronte ad un analfabeta di ritorno,
tipo quelli che oggigiorno imperversano sui social con fare arrogante e supponente, ma che non sanno mettere in piedi un ragionamento dal senso compiuto o una sintassi corretta.
No: Charles Fort sapeva quello che scriveva, e scriveva in modo da essere congruente col proprio pensiero.
Il filosofo Fort si trova di fronte allo stesso problema affrontato da Martin Heidegger nella sua "svolta" ("Kehre"). Riporto pigramente da
Wikipedia:
"È per questa ragione che Heidegger fa uso di una serie di espressioni tautologiche come 'il linguaggio è linguaggio',
per dimostrare come il pensiero tradizionale basato sulla rappresentazione e sul rapporto tra soggetto ed oggetto sia da oltrepassare.
Il circolo ermeneutico non è dunque da intendersi come un circolo vizioso, ma virtuoso.
Solamente restando sospesi sopra quest'abisso, dimorando presso il linguaggio e porgendo ascolto al linguaggio della poesia
è possibile determinare un rapporto propriamente filosofico con il linguaggio e con il mondo".
E qui arriviamo al dunque: quella di Fort è una prosa che fa incursioni nella poesia.
Ovviamente poesia a versi sciolti, però quell'andare a capo arbitrariamente, quella sintassi che si prende così tante libertà,
quell'effetto volutamente impattante (al di là del contenuto, ma proprio come forma) dei termini,
sono tutti elementi che scoraggiano talvolta il purista che cerca nel saggio delle verità razionali, scientifiche, inappuntabili.
Riprendo in lingua originale il pezzo già citato dal primo capitolo de "Il libro dei dannati":
All sciences begin with attempts to define.
Nothing ever has been defined.
Because there is nothing to define.
Darwin wrote The Origin of Species.
He was never able to tell what he meant by a "species."
It is not possible to define.
Nothing has ever been finally found out.
Because there is nothing final to find out.
E' scritto esattamente così e si vede benissimo che è una strofa, composta da versi brevi dove ripetizioni ed allitterazioni sono evidenziate andando opportunamente a capo. Inoltre come strofa è musicale, è provocatoria, resta impressa. E' la poesia che trascende la saggistica cercando di darci qualcosa in più, quel qualcosa che il linguaggio razionale non può darci per un suo limite intrinseco.
L'umorismo
C'è una famosissima citazione attribuita a Nietzsche (che in realtà non mi risulta essere stata presa da nessuno dei suoi libri):
"Non è il dubbio, è la certezza che fa diventare pazzi".
Se il dubbio è alla base della filosofia di Fort, sappiamo però che almeno una volta lui è cascato nella trappola della "quasi certezza":
egli stesso ha ammesso di aver bruciato migliaia dei suoi appunti almeno un paio di volte in preda alla depressione.
Probabilmente in questo senso il suo umorismo va interpretato anche come antidoto, oltre ovviamente ad un'indole naturale.
La sua ipotesi che emerge un po' ovunque nelle sue opere, è che siamo controllati "come bestiame" da qualcuno o qualcosa.
E' evidente che un'ipotesi del genere quando passa da pura speculazione ad essere via via confermata da sempre più dati, da più "dannati",
può generare angoscia.
L'umorismo fortiano è sottile, non è quello del comico che cerca la sonora risata, è più quello dell'intellettuale che cerca di strappare un sorriso.
Lo dividerei concettualmente ed arbitrariamente in due filoni.
- Da una parte quello con cui deride i sostenitori di un positivismo ottocentesco del "tutto è già spiegato e spiegabile", e qui siamo nel sarcasmo puro.
Giusto per citare un esempio eclatante faccio riferimento al "Fishmonger", il pescivendolo che il 25 Maggio 1881
"con una processione di carri carichi di diversi tipi di granchi e
littorine,
e con una dozzina di energici assistenti, apparve in un momento in cui nessuno su una strada trafficata stava guardando.
Il pescivendolo e i suoi assistenti afferrarono sacchi di littorine e corsero freneticamente, lanciandoli nei campi su entrambi i lati della strada".
Ovviamente la spiegazione dettagliata in questo modo evidenzia la stupidità della spiegazione ufficiale.
Non solo: il Fishmonger diventa poi il personaggio simbolo citato anche in altri casi, quello che per fare una "burla" (spiegazione da Rasoio di Occam)
spende un sacco di soldi per compiere azioni spropositate e poco credibili.
- Dall'altra parte abbiamo il sottile umorismo con cui spiega o fa ipotesi su situazioni incredibili e assurde.
Un esempio su tutti è quello della sparizione di
Ambrose Small e di
Ambrose Bierce:
Ambrose Small scomparve, e a una sola persona si poteva attribuire il movente della sua scomparsa.
Solo ai moventi di una sola persona si potevano attribuire gli incendi nella casa di Derby.
Solo ai moventi di una sola persona si poteva attribuire il probabile omicidio di Henry Chappell.
Ma, secondo i verdetti di tutti questi casi, il significato di tutto non è altro che una coincidenza tra moventi ed eventi.
Prima di approfondire il caso di Ambrose Small, fui attratto da un'altra apparente coincidenza.
Che potesse avere un significato mi sembrava così assurdo che, influenzato da molta esperienza, ci pensai seriamente.
Circa sei anni prima della scomparsa di Ambrose Small, Ambrose Bierce era scomparso. I giornali di tutto il mondo avevano fatto molto parlare del mistero di Ambrose Bierce.
Ma cosa poteva avere a che fare la scomparsa di un certo Ambrose, in Texas, con la scomparsa di un altro Ambrose, in Canada?
Qualcuno stava forse collezionando Ambrose? C'era in queste domande un'aria di puerilità che attirò la mia rispettosa attenzione.
("Wild Talents" - Cap.2)
La domanda "Qualcuno stava forse collezionando Ambrose?" suona senz'altro umoristica perché apparentemente assurda, surreale:
chi dovrebbe "collezionare" degli uomini in base al nome? Ma soprattutto: perché?
Eppure i fatti restano: non si tratta di due uomini scomparsi nel senso di morti, ma di due uomini famosi spariti misteriosamente, di cui non si è più saputo nulla
e in comune non avevano nulla tranne il fatto di chiamarsi Ambrose.
Every man for himself
In tutta l'opera di Fort è evidente, anche quando non è esplicitato, l'invito a pensare con la propria testa:
Ognuno pensa per sé, e salva chi può – e la dannazione sta nell'accettare
le offerte di salvezza di qualsiasi messia. Ci viene detto troppo, e ci viene detto troppo poco.
Ci affidiamo. E per due spilli – avendo avuto esperienze dalle quali sono abbastanza certo che nessuno abbia mai due spilli, quando sono necessari – finirei questo
libro, come filosofia personale, o per me stesso, da solo, e poi lo brucerei.
Ognuno pensa per sé, o non è nessuno.
Ogni pensatore pensa per sé. Non gli si può parlare di altro che superfici.
I fondamentalisti teologici affermano, in fondo, pensano, che tutte le cose hanno creatori
- che Dio ha creato tutte le cose. Allora cosa ha creato Dio? si chiedono anche i bambini. Lo spazio è
curvo, e dietro lo spazio, o spazio-tempo, non c'è nulla, dice il Prof. Einstein.
Si potrebbe anche interpretare come se dicesse che è solo relativamente a qualcos'altro
che qualcosa può essere curvato.
In tutto questo libro c'è una permeazione che può essere interpretata come
impotenza e disperazione – assenza di qualcosa nella scienza su cui fare più che approssimativamente affidamento – conforti e rassicurazioni della religione, ma qualsiasi altra
religione andrebbe bene – tutti i progressi tornano ai loro punti di origine – le filosofie sono solo un vezzo intellettuale –
Ma, se ognuno pensa per sé, a mio avviso, a partire dalla sua illusione di avere un sé, può svilupparne uno.
("Wild Talents" - Cap.22)
Quest'ultima frase richiama il concetto espresso più volte da Gurdjieff di assoluta "merdità" iniziale dell'essere umano,
perlomeno fin che non sviluppa una coscienza: "L'evoluzione dell'uomo è l'evoluzione della sua coscienza".
L'intero passaggio è però un tantino criptico, sembra negare sé stesso in un gioco di frasi apparentemente slegate tra loro.
Fort sta suggerendo una filosofia in base alla quale bisogna pensare per sé stessi e non affidarsi ad altri,
e coerentemente ammette che dovrebbe finire il libro come filosofia personale e poi bruciarlo.
"Ognuno pensa per sé, o non è nessuno" o come dice sempre Gurdjieff "L'uomo, così come lo conosciamo, è una macchina".
La somiglianza tra i due pensieri è qui evidenziata per l'invito a non affidarsi a delle filosofie ("le filosofie sono solo un vezzo intellettuale"),
ma di affidarsi a sé stessi, ognuno per sé.
Sempre Gurdjieff: "Nei gruppi ben organizzati non è richiesta alcuna fede; Ciò che è necessario è semplicemente un po' di fiducia, e anche solo per un po' di tempo,
perché prima un uomo comincia a verificare tutto ciò che sente, meglio è per lui".
L'invito a pensare con la propria testa e a rifiutare i condizionamenti può sembrare banale, ma se osserviamo con attenzione chi ci circonda,
vediamo che i primi a vantarsene sono quelli più omologati alla moda o al pensiero dominante in genere.
I peggiori tra questi sono quelli che cercano di essere "trendy", quindi i primi della fila, i più omologati per eccellenza.
E' decisamente meglio una "permeazione che può essere interpretata come impotenza e disperazione" nel tentativo di crearsi un sé.
Per concludere: non credo di essere stato né esaustivo né particolarmente chiaro,
però con il mio collage di estratti dai libri di Fort spero di aver reso l'idea che non si tratta di un mero collezionista di stranezze,
di un complottista lamentoso che si inventa esseri superiori che ci manipolano come marionette.
Fort è un filosofo che cartesianamente ha fatto pulizia di tutto prima di partire a supporre qualcosa.
Non si trovano in lui solo piogge di rane e pesci o UFO ante litteram: c'è un onesto tentativo di capire la realtà, di capire la natura per quanto assurda essa sia,
senza voler dimostrare niente.
Quindi, come si può dimostrare che qualcosa non è qualcos'altro, quando nemmeno qualcos'altro è qualcos'altro? Non c'è nulla da dimostrare.
Questa è una delle profondità che abbiamo annunciato in anticipo.
Si può opporre a un'assurdità solo un'altra assurdità. Ma la scienza è un'assurdità consolidata.
Dividiamo ogni intelletto: l'assurdità palese e l'assurdità consolidata.
("The Book Of The Damned" - Cap.2)
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"Wild Talents" - Cap.24
Not, of course, that I mean anything by anything.
Quantum-magic is a doctrine of discontinuity. So it seems to be opposed to my expressions upon hyphenation, which seem to be altogether a philosophy of
continuity. But I have indicated that also I hyphenate in another “dimension.”
I conceive of all phenomena as representing continuity in one “dimension,” and as representing discontinuity in another “dimension”—that is,
all phenomena as inter-dependent and bound up with one another, or continuous, and at the same time so individualized that nothing is exactly like anything else,
or that everything is alone, or discontinuous. I conceive of our existence as one organic state, or being, that is an individual,
or that is unrelated to anything else, such as other existences, in the cosmos, its state of oneness expressing in the continuity
of its internal phenomena, and its state of individuality, or apartness from everything else in the cosmos, expressing in a permeation of that individuality,
or discontinuity, throughout its phenomena.
Of course, if the word cosmos means organized universality, I misuse the word here.
For various reasons I let it stand.
"New lands" - Cap.37
I accept, myself, that there may be Final Truth, and that it may be attainable, but never in a service that is local or special in any one science or nation or world.
"Wild Talents" - Cap. 22
BELIEF in God—in Nothing—in Einstein—a matter of fashion— Or that college professors are mannequins, who doll up in the latest proper things to believe, and guide their young customers modishly. Fashions often revert, but to be popular they modify. It could be that a redressed doctrine of witchcraft will be the proper acceptance. Come unto me, and maybe I’ll make you stylish. It is quite possible to touch up beliefs that are now considered dowdy, and restore them to fashionableness. I conceive of nothing, in religion, science, or philosophy, that is more than the proper thing to wear, for a while.
"New Lands" - Cap.4
Nevertheless I am searching for some wider expression that will rationalize all of us—conceiving that what we call irrationality is our view of parts and functions out of relation to an underlying whole; an underlying something that is working out its development in terms of planets and acids and bugs, rivers and labor unions and cyclones, politicians and islands and astronomers. Perhaps we conceive of an underlying nexus in which all things, in our existence, are different manifestations—torn by its hurricanes and quaked by the struggles of Labor against Capital— and then, for the sake of balance, requiring relaxations. It has its rougher hoaxes, and some of the apes and some of the priests, and philosophers and wart hogs are nothing short of horse play; but the astronomers are the ironies of its less peasant-like moments— or the deliciousness of pretending to know whether a far-away star is approaching or receding, and at the same time exactly predicting when a nearby comet, which is receding, will complete its approach. This is cosmic playfulness; such pleasantries enable Existence to bear its catastrophes. Shattered comets and sickened nations and the hydrogenic anguishes of the sun—and there must be astronomers for the sake of relaxations.
"Wild Talents" - Cap.15
Much of the argument in this book will depend upon our acceptance that
nothing in our existence is real. The Whole may be Realness. Out of its
phenomena, it may be non-phenomenally producing offspring-realnesses. That is
not our present subject. But up comes the question: If nothing phenomenal is
real, is everything phenomenal really unreal? But, if I accept that nothing is real,
in phenomenal existence, I cannot accept that anything, therein, is really unreal.
So my acceptance, in accordance with our general philosophy of the hyphen, is
that all things perceptible to us are real-unreal, varying from the direction of one
extreme to the other, according to whatever may be the degree of their
appearance of individuality. If anybody has the notion that he is a real being—
and by realness I mean individuality, or call it entity, or unrelatedness—let him
try to tell why he thinks he exists, in a real sense. Recall the most celebrated of
the parthenogenetic attempts to make this demonstration:
I think: therefore I am.
We have to accept that in order to think, the thinker must be of existence prior to the thought.
Why do I think?
Because I am.
Why am I?
Because I think.
"The Book Of The Damned" - Cap.1
It is not possible to define.
Nothing has ever been finally found out.
Because there is nothing final to find out.
It’s like looking for a needle that no one ever lost in a haystack that never was
—
But that all scientific attempts really to find out something, whereas really
there is nothing to find out, are attempts, themselves, really to be something.
A seeker of Truth. He will never find it. But the dimmest of possibilities—he
may himself become Truth.
Or that science is more than an inquiry:
That it is a pseudo-construction, or a quasi-organization: that it is an attempt
to break away and locally establish harmony, stability, equilibrium, consistency,
entity—
Dimmest of possibilities—that it may succeed.
· · · · · · ·
That ours is a pseudo-existence, and that all appearances in it partake of its
essential fictitiousness—
But that some appearances approximate far more highly to the positive state
than do others.
We conceive of all “things” as occupying gradations, or steps in series
between positiveness and negativeness, or realness and unrealness: that some
seeming things are more nearly consistent, just, beautiful, unified, individual,
harmonious, stable—than others.
We are not realists. We are not idealists. We are intermediatists —that nothing
is real, but that nothing is unreal: that all phenomena are approximations one
way or the other between realness and unrealness.
So then:
That our whole quasi-existence is an intermediate stage between positiveness
and negativeness or realness and unrealness.
Like purgatory, I think.
"The Book Of The Damned" - Cap.1
In this book, I assemble some of the data that I think are of the falsely and arbitrarily excluded.
The data of the damned.
I have gone into the outer darkness of scientific and philosophical transactions
and proceedings, ultra-respectable, but covered with the dust of disregard. I have
descended into journalism. I have come back with the quasi-souls of lost data.
They will march.
"LO!" - Cap.8
There is no way of judging our data. There are no ways, except arbitrary
ways, of judging anything. Courts of Appeals are of the busiest of human
institutions. The pragmatist realizes all this, and says that there is no way of
judging anything except upon the basis of the work-out. I am a pragmatist,
myself, in practice, but I see no meaning in pragmatism, as a philosophy.
Nobody wants a philosophy of description, but does want a philosophy of
guidance. But pragmatists are about the same as guides on the top of a mountain,
telling climbers, who have reached the top, that they are on the summit. “Take
me to my destination,” says a traveler. "Well, I can’t do that," says a guide, "but
I can tell you when you get there."
My own acceptance is that ours is an organic existence, and that our thoughts
are the phenomena of its eras, quite as its rocks and trees and forms of life are;
and that I think as I think, mostly, though not absolutely, because of the era I am
living in. This is very much the philosophy of the Zeitgeist, but that philosophy,
as ordinarily outlined, is Absolutism, and I am trying to conceive of a schedule
of predetermined—though not absolutely predetermined— developments in one
comprehensibly-sized existence, which may be only one of hosts of other
existences, in which the scheduled eras correspond to the series of stages in the
growth, say, of an embryo. There is, in our expressions, considerable of the
philosophy of Spinoza, but Spinoza conceived of no outlines within which to
think.
"Wild Talents" - Cap.20
But I am suspicious of all this wisdom, because it makes for humility and
contentment. These thoughts are community-thoughts, and tend to suppress the
individual. They are corollaries of mechanistic philosophy, and I represent revolt
against mechanistic philosophy, not as applying to a great deal, but as absolute.
Nevertheless, by the "occult," or the "supernatural," I do not mean that I think
that it is altogether exemplified by the experience of the pigeons. In our
existence of law-lawlessness, I conceive of two magics: one as representing
unknown law, and the other as expressing lawlessness—or that a man may fall
from a roof, and alight unharmed, because of anti-gravitational law; and that
another man may fall from a roof, and alight unharmed, as an expression of the
exceptional, of the defiance of gravitation, of universal inconsistency, of
defiance of everything.
"LO!" - Cap.30
I AM thinking of an abstraction that was noted by Aristotle, and that was taken
by Hegel, for the basis of his philosophy:
That wherever there is a conflict of extremes, there is an outcome that is
not absolute victory on either side, but is a compromise, or what Hegel called
"the union of complementaries."
"The Book Of The Damned" - Cap.10
EARLY explorers have Florida mixed up with Newfoundland. But the confusion is worse than that still earlier. It arises 'from simplicity. Very early explorers think that all land westward is one land, India: awareness of other lands as well as India comes as a slow process. I don't think of now things arriving upon this earth from some especial other world. That was mine notion when I started to collect our data. Or, as is a commonplace of observation, all intellection begins with the illusion of homogeneity. It's one of Spencer's data: we see homogeneousness in all things distant, or with which we have small acquaintances. Advance from the relatively homogeneous to the relatively heterogeneous is Spencerian Philosophy—like everything else, socalled: not that it was really Spencer's discovery, but was taken from von Baer, who, in turn, was continuous with preceding evolutionary speculation. Our own expression is that all things are acting to advance to the homogeneous, or are trying to localize Homogeneousness. Homogeneousness is an aspect of the Universal, wherein it is a state that does not merge away into something else. We regard homogeneousness as an aspect of positiveness, but it is our acceptance that infinite frustrations of attempts to positivize manifest themselves in infinite heterogeneity: so that though things try to localize homogeneousness they end up in heterogeneity so great that it amounts to infinite dispersion or indistinguishability.
"Wild Talents" - Cap.2
Ambrose Small disappeared, and to only one person could be attributed a
motive for his disappearance. Only to one person’s motives could the fires in the
house in Derby be attributed. Only to one person’s motives could be attributed
the probable murder of Henry Chappell. But, according to the verdicts in all
these cases, the meaning of all is of nothing but coincidence between motives
and events.
Before I looked into the case of Ambrose Small, I was attracted to it by
another seeming coincidence. That there could be any meaning in it seemed so
preposterous that, as influenced by much experience, I gave it serious thought.
About six years before the disappearance of Ambrose Small, Ambrose Bierce
had disappeared. Newspapers all over the world had made much of the mystery
of Ambrose Bierce. But what could the disappearance of one Ambrose, in Texas,
have to do with the disappearance of another Ambrose, in Canada? Was
somebody collecting Ambroses? There was in these questions an appearance of
childishness that attracted my respectful attention.
"Wild Talents" - Cap.22
It’s every man for himself, and save who can—and damnation is in accepting
any messiah’s offers of salvation. We’re told too much, and we’re told too little.
We rely. And for two pins— having had experiences by which I am pretty well
assured that nobody ever has two pins, when they’re called for—I’d finish this
book, as a personal philosophy, or for myself, alone, and then burn it. It’s
everybody for himself, or he isn’t anybody.
It’s every thinker for himself. He can be told of nothing but surfaces.
Theological fundamentalists say, rootily, they think, that all things have makers
—that God made all things. Then what made God? even little boys ask. Space is
curved, and behind space, or space-time, there is nothing, says Prof. Einstein.
Also may he be construed as saying that it is only relatively to something else
that anything can be curved.
Throughout this book there is a permeation that may be interpreted as
helplessness and hopelessness—absence of anything in science more than
approximately to rely on—solaces and reassurances of religion, but any other
religion would do as well—all progresses returning to their points of origin—
philosophies only intellectual dress-making—
But, if it’s every man for himself, it is my expression that out of his illusion
that he has a self, he may develop one.
"The Book Of The Damned" - Cap.2
So how can you prove that something
is not something else, when neither is something else some other thing? There’s
nothing to prove.
This is one of the profundities that we advertised in advance.
You can oppose an absurdity only with some other absurdity. But Science is
established preposterousness. We divide all intellection: the obviously
preposterousness and the established.
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